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Madame e Kahan: largo agli underdog

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 2 hours ago
  • 6 min read

di Antonio Bosco.


Noah Kahan – The Great Divide

Non è per niente facile parlare con leggerezza di un autore sfaccettato e complesso come Noah Kahan, soprattutto se non si crea un po’ di contesto. Per chi non lo conoscesse, stiamo parlando di un artista folk cresciuto nella solitaria provincia del New England – nel Vermont, per la precisione – che fa da sfondo, ma anche da presenza costante e antagonista all’interno della sua musica. In Stick Season, album della consacrazione per Kahan, la provincia è spietata, simbolo di fallimenti e rimpianti. Il documentario Out of Body, prodotto da Netflix, esplicita in maniera ancora più evidente questo rapporto: senza voler divagare nella pura psicologia, l’arte multimediale di Kahan ci mostra che concetti come casa e famiglia non per tutti possono richiamare sensazioni di comfort e sicurezza, bensì essere luoghi in cui riaffiorano le ferite generate da disturbi alimentari e rapporti disfunzionali con il proprio corpo, oltre a pensieri intrusivi (a Kahan è stato diagnosticato l’OCD). L’immaginario di Kahan passa anche e soprattutto da questo, ed era doverosa un’introduzione al riguardo per poter capire appieno un album come The Great Divide. Come scrivevamo in apertura, non è facile recensire un lavoro simile.


E dunque, come può una figura così gestire il successo improvviso ed esplosivo di un disco come Stick Season? È questo uno dei temi fondamentali di questo lavoro. Il fatto che sia stato registrato in tre diversi stati, ovvero Tennessee, New York e – ovviamente – il Vermont, rappresenta già di per sé la distanza. Il passaggio da una dimensione intima a una globale, raccontata anche dal già citato documentario, è la prima vera tematica di questo album. Le spaccature a cui il titolo fa riferimento sono molteplici, e potremmo banalmente riassumerle in una dicotomia spesso messa sotto i riflettori dagli artisti che raggiungono il successo dal nulla: quella tra l’uomo e l’artista. Ma questo album è più profondo di così.


Già l’apertura dell’album ci mette immediatamente in carreggiata: se Stick Season è un termine che fa riferimento a quel periodo, nel New England, tra la fine del foliage autunnale e l’inizio della neve (dunque un periodo spoglio e deprimente), anche il brano End of August riprende il concetto di mezza stagione, con l’estate che sta per finire: l’eterno autunno dell’anima di Kahan ci porta in un viaggio tra due poli emotivi: il Vermont del vecchio sé, la New York della superstar, ma è un viaggio in cui un ritorno vero e proprio è impossibile. Anche musicalmente il brano attira immediatamente l’attenzione, poiché ci troviamo di fronte a un’evoluzione rispetto al folk-pop di Stick Season, e ci fornisce un arrangiamento più maturo e solido, con linee melodiche stratificate. Evoluzione che diventa ancora più chiara, se vogliamo, in American Cars, che strizza l’occhio all’americana da stadio, anche quella più contemporanea, segno che Kahan può allargare il suo immaginario senza perdere il contatto con le origini. La title-track espone il concept, ma è anche il brano più maturo e ambizioso. Sottolinea che non è solo il ritorno a casa ad essere impossibile, ma diventa impossibile tornare ad essere la persona che eri prima. In Dashboard, d’altra parte, anche il rovescio della medaglia è evidente: se non c’è ritorno, non c’è neanche fuga, e l’autore ci ricorda saggiamente che, se sei un asshole, lo sarai anche cambiando zip code. 23, invece, lascia dei dubbi: quando Kahan prova ad uscire da sé stesso, costruendo narrazioni che non gli appartengono direttamente, suona meno autentico. È verso la fine, con All Them Horses che giungiamo al brano tematicamente più importante dell’album, che probabilmente spiega meglio di tutto il resto la grande frattura a cui il titolo fa riferimento. Il brano fa riferimento alle alluvioni che colpirono il Vermont nel 2023, mentre Kahan in tour, lontano da casa, da quella provincia che lo aveva formato e che in quel momento aveva bisogno di lui. Il senso di colpa del sopravvissuto, in un certo senso, è esposto in maniera forte e dolorosa, soprattutto dopo un disco nel quale Kahan ha raccontato di come puoi lasciare la provincia, ma la provincia non lascerà mai te.


Noah Kahan, in conclusione, porta la formula di Stick Season ad un livello globale, universale, ma senza mai rinunciare all’autenticità che lo contraddistingue. È un artista che anche con il raggiungimento della fama non ha ancora colmato la distanza da cui attinge per poter sublimare il dolore in arte. Per nostra fortuna.



Madame – Disincanto

Ci sono artisti che, quando non hanno nulla da dire, non dicono nulla. Potrebbe sembrare un modo un po’ superato di vedere la musica: andiamo, perché cercare di produrre dischi belli quando puoi pubblicare un singolo al mese che sarà nella top 5 di Spotify e diventerà virale su TikTok per poi essere dimenticato per sempre? Eppure, sembrerebbe che ci sia ancora chi ragiona così, e Francesca Calearo, al secolo Madame, è una di loro. Tre anni sono passati dall’ultimo album L’Amore, dopo un periodo di blocco artistico, in cui scriveva materiale che non trovava forma, e non poteva vedere la luce. La bellezza di questo disco dimostra che un artista debba essere giudicato anche in base a ciò che non pubblica, oltre che a ciò che pubblica. Madame ha 24 anni e una carriera già solida alle spalle: scrive bene, e scrive bene da sempre, ha controllo sulla sua arte, i suoi dischi non presentano riempitivi, e non è mai scesa a compromessi, nonostante abbia partecipato in più occasioni al grande Festival del compromesso e della mediocrità. Disincanto è un disco durissimo, forte, e bellissimo. Nessuna redenzione: il dolore è mostrato in maniera cruda, esplicita, in modo che non lo si possa ignorare, se non skippando i brani. Non è il dolore redento di chi si è elevato al di sopra di esso, ma quello ancora sporco, di chi ci si ritrova dentro con tutte le scarpe.


Il disco è presentato dall’artista come un disco di domande più che di risposte, eppure basta ascoltarne metà per capire che le domande non evitano la verità, ma la rendono ancora più esplicita e inevitabile. Disincanto sembra quasi un eufemismo per i temi di questo album, che si apre subito con la title-track: l’attacco con i synth cattura l’attenzione immediatamente, e Madame si prepara a parlare senza filtri, dichiarando che non vivrà più sotto le istruzioni. È una dichiarazione di intenti dell’album, sviluppata in maniera interessante: Madame non è guarita, non racconta il dolore guardando al passato, ma ci è dentro fino al collo, e, nonostante ciò, lo sguardo è lucido. Mentre Come Stai? è una feroce e lucida critica al sistema discografico, arrivando quasi a fare nomi e cognomi (probabilmente c’è mancato poco), Volevo Capire, con Marracash, è un interessante dialogo sul valore umano e su come il sistema lo schiacci, legandolo al valore monetario di ciò che produci. Capire chi resta ad amarti davvero quando hai avuto successo è una sfida difficile, che sicuramente entrambi gli artisti si sono trovati ad affrontare. Anche la produzione è notevole, e sostiene perfettamente le due identità artistiche, riuscendo a non appiattirle. Il fatto che inizialmente il brano fosse stato scartato, per poi essere salvato da Bias che ha trovato una nuova base più adatta, dice molto sulla cura riservata al progetto. OK è uno dei brani più potenti del disco, e mostra il consenso come semplice riflesso condizionato, dunque pericoloso. È impressionante come si possa annullare facilmente abituandosi a dire di sì a tutto, e questo vale in tutti gli ambiti della vita, dai rapporti personali a quelli professionali. Alcuni “no” importanti, però, Madame li ha detti, al compromesso e a chi voleva renderla un fenomeno commerciale senza spessore. La produzione di Bias anche qui dà un tocco in più, e contribuisce a gonfiare la violenza di quell’”OK” detto troppe volte senza pensarci. Rosso come il fango è uno dei primi veri brani autobiografici, che mostrano bene chi fosse Francesca prima di diventare Madame, tra l’adolescenza a Vicenza, sua città natale, e il senso di colpa per il successo arrivato in maniera incredibilmente precoce, che non è riuscita mai a trasformare in gratificazione personale. I soldi che sono arrivati, improvvisamente, e tanti, hanno generato una sorta di dicotomia, portandola in uno stato di sospensione in cui non si sente realmente appartenente ad alcuna classe. Attenzione però, non è una retorica sul disprezzo del denaro, i mali del mondo li conosciamo e li conosce bene anche Madame; il discorso qui riguarda di come il denaro ti tolga il diritto di parlare di certi disagi (nonostante molti artisti non ne facciano assolutamente un problema, ma la sensibilità si riconosce anche qui).


Disincanto è un album che ha tanto da dire, e lo fa con una freddezza e una lucidità impressionanti. Non c’era nessuno spazio commerciale da occupare, nessuno slot apposta per lei: Madame lo spazio se l’è ricavato, arrivando con forza, precisione, sincerità, fegato. Dopo tre anni di silenzio, non potevamo chiederle di più.




Image Copyright: Madame-AndreaBianchera-2026

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