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Marty Supreme (2025)

  • Writer: Koinè Journal
    Koinè Journal
  • 4 hours ago
  • 4 min read

di Stefania Chiappetta


Forse per raccontare Marty Supreme, il primo film di Josh Safdie in solitaria senza la collaborazione con suo fratello Benny, bisognerebbe partire con la descrizione di palline da ping-pong dal colore arancione. Queste hanno la stessa dimensione, lo stesso peso, la stessa valenza all’interno del gioco, cambia soltanto la prospettiva cromatica verso la pallina: uno sportivo riesce a seguirla visivamente meglio della classica bianca. Con questo sappiamo già che la loro rilevanza nel gioco è prettamente visiva, estetica: siamo già nel campo dello sguardo cinematografico. Ed infatti queste palline sono un’idea brevettata da Marty Mauser (interpretato da Timothée Chalamet), lo squattrinato protagonista del film che sogna di diventare uno dei più grandi campioni americani del tennis da tavolo, eppure della moralità dell’eroe sportivo proprio non ne ha la stoffa.


Marty piuttosto è un personaggio finto, solo vagamente ispirato al reale campione di ping-pong Marty Reisman, legato ad una riscrittura dei codici del genere biografico apportati dal regista. Nella febbrile deriva newyorkese che il film mostra è importante sottolineare l’aura di postmodernismo cinematografico che Josh Safdie tesse nel racconto, arrivando a toccare proprio il marketing digitale che la casa di produzione A24 ha compiuto per il film. Basti fare riferimento proprio alle moltitudini di palline arancioni che sono state prodotte per il lancio di Marty Supreme al cinema, dimostrando pienamente la parabola del falso che attende lo spettatore. Queste non sono più oggetti di scena - almeno non solo - ma diventano gadget che ancorano la visione teorica/autoriale del regista all’ingranaggio dell’industria cinematografica. Questa mescolanza diventa uno sfoggio ingegnoso, un brand da sfruttare, tanto che nel film queste famose palline arancioni non verranno mai colpite da una racchetta, solo gettate da una finestra in piena notte.


Più che un film biografico/sportivo, Marty Supreme mostra l’America come patria del capitalismo più sfrontato, eccessivo, sadico, rendendo l’audience complice di questo subdolo gioco meta-cinematografico che non può non far pensare alla nostra contemporaneità. Marty è infatti un truffatore, un arrivista, un ladruncolo, un arrampicatore sociale: ma è anche un ragazzo ebreo figlio di una madre soffocante, senza un padre, abitante in una America degli anni 50’ che della seconda guerra mondiale ha già dimenticato tutto l’orrore. La memoria storica si trasforma in una battuta satirica che viene ripetuta fino ad essere svuotata di senso, proposta a più riprese dallo stesso protagonista. La caratterizzazione di Marty è quindi legata a raffigurazioni del tutto negative, egoistiche, superficiali. Ciononostante egli non è nemmeno un’antieroe nel senso più antagonistico del termine, perché non è del tutto cattivo.


Piuttosto Marty è un outsider, uno straniero nella sua stessa patria, un sognatore perdente più interessato alla parte economica e imprenditoriale dello status di campione che vorrebbe ottenere a tutti i costi. Per tutto il film lo vediamo correre, nascondersi, imbrogliare, ridicolizzarsi. I luoghi che abita, le scale su cui si arrampica, le corse in automobile non fanno che sottolineare una piramide sociale in cui Marty, nonostante si racconti come un grande giocatore pronto a diventare miliardario, si colloca in basso.


Anche nei rapporti più importanti, quelli che lo rendono umano, tende a mostrarne un sentimento sospeso, finto. Nega con forza la paternità verso il figlio che Rachel (Odessa A’zion) porta in grembo,  nonostante il rapporto tra i due sia mostrato con chiarezza all’inizio del film, sottolineato simbolicamente con un ovulo che compie la sua corsa verso la fecondazione nei titoli di testa. Ogni sfera della sua vita è spettacolarizzata, costruita, pienamente cinematografica. Eppure è difficile per uno spettatore non restare ingabbiato nella sua parabola fintamente eroica, tanto da provare un sentimento di spaesamento carico alla fine del film.


In questo sfoggio del falso e della truffa viene sottolineata la componente più interessante del protagonista: Marty Mauser, per risultare realistico e vendersi quindi allo spettatore, deve appropriarsi del corpo del suo interprete Timothée Chalamet, il grande favorito per la vittoria ai prossimi Oscar. Un sogno, sembra dirci Josh Safdie, è pur sempre un sogno e che questo si materializzi fuori dallo schermo non è un grosso problema, purché cucito appositamente sul suo attore  protagonista. Molto si è discusso su quanto la comunicazione dello stesso Chalamet nelle uscite pubbliche a ridosso del film fosse cambiata rispetto ai suoi soliti modi, più vicina a quella di Marty Mauser che a se stesso. Un’ancora per trascinare più persone al cinema forse, ma soprattutto una grande campagna marketing che ostenta la sua parabola divistica, ripresa soprattutto dalla presenza nel film di Gwyneth Paltrow.


Nelle inquadrature che stringono insieme i due attori infatti la mediatizzazione dei loro corpi è lampante: Timothée Chalamet incarna una mascolinità opposta all’eroe seduttore del cinema moderno Americano; Gwyneth Paltrow al contrario è sempre sfuggente, impegnata in un ruolo d’attrice poco gratificante, agghindata da collane di bigiotteria. La loro “tresca” puramente divistica, che in apparenza allontana la narrazione ancora di più dalla parabola sportiva che invece dovrebbe mostrare, paradossalmente favorisce la lettura più interessante che Josh Safdie apporta al genere.


Che Marty Supreme sfoggi un anacronismo interno è un dato di fatto, volontà espressa proprio dalle musiche – a partire da Forever Young degli Alphaville – anni 80’ che compongono la sua colonna sonora, in una cornice che al contrario racconta gli anni 50’. Il ping-pong quindi non può che essere filmato da Josh Safdie in modo surreale, carico di sudore e velocità, digitalizzato e spettacolarizzato, per ricongiungersi a quel ritmo febbrile e veloce a cui il cinema dei fratelli Safdie aveva già abituato in precedenza. Come le palline arancione iniziali, lo sport ora è solo un capitale monetario da possedere, una parentesi falsa (come falsa è la vittoria che ottiene Marty Mauser in Giappone alla fine del film) nel mezzo di una narrazione ipercinetica, non collettiva ma individuale proprio come l’ego del protagonista alla ricerca di una identità personale, piena.


Quando lasciamo Marty Mauser nell’epilogo del film lo vediamo scoppiare in un pianto infantile, mentre guarda da un vetro suo figlio appena nato, finalmente riconosciuto. Anche in questo caso il sentimento conciliatorio ed emotivo non è che una falsa pista, l’ennesima trappola che Josh Safdie prepara per il suo personaggio. Perché Marty Mauser, nonostante il suo essere errante e straniero, è un protagonista americano in tutto e per tutto, a partire dallo slogan sulla sua locandina: “sogna in grande”. Quale sia il sogno però non è dato sapere.



Image Copyright: IMDb





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