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Memorie dal Novecento. L'Est riscopre la sua Storia

Updated: May 17


di Davide Cocetti. Troppo spesso siamo portati a considerare la Storia come un blocco monolitico, congelato dal tempo che è trascorso e che ci separa da essa. Certo, possiamo pure riflettere su quanto la nostra Storia e quella degli altri influenzi ancora oggi il presente che viviamo. Si tratta sicuramente di un approccio lodevole, più dinamico rispetto al passivo apprendimento di nozioni e di concetti di base. Rimane però un enorme rischio: quello di non considerare che qualcuno ha materialmente scritto quella Storia, selezionando gli eventi e i personaggi a cui attribuire più importanza.


Questa precisazione è tanto più importante, se si tiene conto che non sono solo gli storici ad agire nel campo della riflessione sulla Storia. Istituzioni, politici, mass media, intellettuali e commentatori di ogni tipo rivendicano il loro spazio su questo terreno interdisciplinare. Si assiste a un incontro/scontro di posizioni, idee e interessi – almeno idealmente esclusi da una storiografia che dovrebbe mantenersi super partes – che possono essere convergenti o contrastanti tra loro.


Ciò vale soprattutto per la Storia più recente – nel nostro caso, ovviamente, quella del Novecento. Essa si relaziona più direttamente con il presente, risulta più familiare alle persone che vivono nel nostro oggi e porta con sé un sovrabbondante carico di memorie. Entrano in gioco direttamente i singoli individui e gruppi sociali, con il loro vissuto e le loro percezioni.

La memoria non è un fattore neutrale: introduce nella rilettura degli eventi e dei processi storici una forte componente emotiva. Può rappresentare un valore aggiunto nel processo di elaborazione storiografica, ma espone la Storia al rischio di strumentalizzazioni in nome di interessi politici, sociali e istituzionali. Sta allo storico l’arduo compito di capire fino a che punto le memorie possono rappresentare una risorsa e non un ostacolo lungo la via che porta alla verità storica.


Memorie di regime


L’Europa orientale rappresenta un terreno di ricerca particolarmente interessante per quanto riguarda gli usi politici e istituzionali della memoria nella costruzione della Storia. Per più di quarant’anni, la presenza fisica e l’influenza culturale del comunismo sovietico hanno imposto una sola memoria ufficiale in URSS e negli Stati satellite. Come nota il sociologo Alessandro Testa, «il comunismo come ideologia e il socialismo reale come sistema politico si basano, dopotutto, sul materialismo storico, il quale non è soltanto una narrazione o una interpretazione storica, ma una precisa filosofia della storia» (Testa: 2016).

La lettura degli eventi storici più recenti – su tutti la Seconda guerra mondiale – differiva leggermente da Paese a Paese, ma la struttura narrativa di riferimento era bene o male la medesima. Il popolo sovietico e i suoi fratelli avevano dovuto subire la dura occupazione nazifascista, ma grazie alla loro strenua Resistenza erano riusciti a sconfiggere gli oppressori. Tutte le altre interpretazioni erano respinte aprioristicamente.

Questa versione dava legittimità tanto alle istituzioni sovietiche, quanto a quelle imposte negli Stati liberati/occupati dall’Armata Rossa. Al contempo, rimuoveva tutti quegli elementi storici controversi che potevano creare fratture traumatiche nella società. Questioni come la specifica sofferenza degli ebrei, i crimini di guerra delle truppe sovietiche e il diffuso collaborazionismo furono nascoste sotto il tappeto, poiché non funzionali alla propaganda comunista. Ciò risultò particolarmente evidente nella Germania orientale. La Repubblica democratica tedesca si costituì nel ‘49 come Stato fondato dalla componente antifascista della società teutonica. Le colpe storiche per l’ascesa al potere di Hitler vennero ascritte agli interessi politici ed economici dei vertici militari e della grande industria, che ancora facevano il bello e il cattivo tempo nell’Ovest.


La “liberazione” delle memorie


Sarebbe sbagliato credere che l’imposizione di una memoria ufficiale abbia comportato un appiattimento totale sulla versione “di partito”. Le memorie “alternative” sono sopravvissute, proliferando semmai nell’ambito privato e talvolta clandestinamente. Sono poi riemerse con forza già in concomitanza con i primi scricchiolii del Leviatano socialista. Lo studioso Bruno Groppo cita a tal proposito l’esempio dell’Ungheria. La riabilitazione della memoria della rivoluzione del 1956 – ufficialmente cancellata dal regime filosovietico – rappresentò una tappa cruciale nella transizione verso la democrazia. I funerali di Stato tributati nell’89 a Imre Nagy, oltre trent’anni dopo la sua condanna a morte per aver guidato il tentativo rivoluzionario, riconciliarono il popolo ungherese con una pagina della sua Storia fino ad allora rimossa (Groppo: 2013).


Con il crollo dei regimi comunisti, ben presto tramontò anche la memoria ufficiale socialista. È difficile riassumere in poche righe l’incredibile varietà e pluralità di memorie che riemersero dall’oblio e colmarono il vuoto lasciato dall’ideologia marxista. Si possono tuttavia individuare alcuni tratti in comune nelle politiche della memoria messe in atto dai governi post-comunisti. In maniera impressionantemente simile a quanto avvento dopo il ’45, le nuove istituzioni scelsero di offrire una lettura semplice, lineare e confortante della Storia. Questa volta, però, i nuovi paradigmi erano la lotta anticomunista e l’indipendentismo nazionalista. L’esperienza socialista era tratteggiata in tratti quasi esclusivamente negativi. Ogni Stato dell’Est propose la propria memoria in termini di resistenza contro un regime “alieno”, imposto dall’esterno – più precisamente dal nucleo dell’Unione Sovietica, ovvero la Russia. Tutti gli elementi controversi, che potevano in qualche modo intaccare la rappresentazione della nazione come “vittima resistente”, vennero lasciati in secondo piano o deliberatamente tagliati.


Il nazionalismo rappresentò l’approdo ideologico più comodo per le forze impegnate nello smantellamento del comunismo. Lo storico Giovanni Gozzini ha sottolineato come l’identità della nazione fosse il contenuto più immediato e trasversale nelle mani delle neonate istituzioni post-socialiste (Gozzini: 2015). Il ritorno alla tradizione, all’appartenenza patriottica era il primo conforto a disposizione per le popolazioni sconvolte dai frenetici cambiamenti in atto. Tanto più se consideriamo che il terreno era già stato preparato, ironia della sorte, proprio dalle istituzioni socialiste. La valorizzazione dei patrimoni identitari collettivi delle singole nazionalità, seppur “ripuliti” da qualsiasi elemento contrastante con l’ideologia marxista-leninista, aveva rappresentato un punto fermo nei programmi culturali del Partito comunista sovietico e dei suoi “fratelli” orientali.


Rifondare il passato


I governi post-comunisti incisero marcatamente nel processo di “ricostruzione” delle memorie nazionali. Istituirono archivi e fondazioni atte a recuperare e interpretare il recente passato. Destinarono cospicui fondi alla realizzazione di musei e iniziative pubbliche sul tema. Riscrissero il calendario delle celebrazioni e la toponomastica dei luoghi pubblici, esaltando il nuovo pantheon nazionale anticomunista.

Il caso dell’Ucraina ci insegna come neppure la stesura dei nuovi programmi di istruzione fu esente da questo processo di riconfigurazione della memoria. I manuali scolastici ucraini riabilitarono ufficialmente – pur con qualche riserva – l’operato dell’Esercito insurrezionale (UPA) durante la Seconda guerra mondiale. Il comportamento dei guerriglieri ucraini fu piuttosto controverso. Se da un lato essi combatterono con tenacia prima l’esercito nazista e poi quello sovietico, dall’altro accolsero inizialmente Hitler come un liberatore e si resero protagonisti di una sanguinosa pulizia etnica ai danni delle minoranze polacca ed ebrea. I caratteri più bui e problematici della parabola dell’UPA, però, furono a dir poco smussati e lasciati in secondo piano.

Gli effetti di questa scelta deliberatamente politica sono già evidenti. Comparando diversi sondaggi condotti tra il 2013 e il 2015 sull’opinione pubblica ucraina, la sociologa Anna Wylegała ha notato come il consenso nei confronti della riabilitazione dell’UPA sia a) continuamente in crescita; b) più marcato tra i più giovani (Wylegała: 2017).


Memorie in conflitto: l’Olocausto


I popoli dell’Europa orientale conobbero la tragedia dell’Olocausto meglio di chiunque altro. Fu nei loro territori che i nazisti allestirono la gigantesca macchina di sterminio concentrazionista. Le comunità dell’Est pagarono il tributo più pesante in termini di deportazioni e uccisioni, uscendo dalla Seconda guerra mondiale drammaticamente falcidiate. Proprio per questo motivo, a primo impatto può sorprendere che l’argomento non abbia mai ricoperto un ruolo cruciale nelle narrazioni storiche dei Paesi dell’Est.

Non è tanto lo sterminio in sé a essere trascurato, quanto piuttosto la sua specificità. I regimi socialisti inclusero le vittime dell’Olocausto nel conteggio generale di quanti erano caduti per mano del nazismo, senza sottolineare che erano state uccise proprio perché ebree. Questo avvenne per varie ragioni. In primo luogo, la propaganda ufficiale non nutriva particolare simpatia per la minoranza ebraica. Al contrario, si servì in più di un’occasione di stereotipi antisemiti ormai consolidati, come il complotto giudaico-massonico del grande capitale occidentale. Secondariamente, la vasta partecipazione e collaborazione delle popolazioni e delle istituzioni dell’Est allo sterminio di massa confliggeva con l’immagine ufficiale delle nazionalità riunite sotto lo stendardo della Resistenza antifascista. Come tutti gli elementi contrastanti rispetto alla versione filosovietica, anche l’Olocausto fu lasciato in secondo piano.


La situazione non è cambiata molto con lo sfaldamento del blocco comunista. I Paesi dell’Est non hanno alcun interesse nel rievocare l’Olocausto. Esso viene sì ricordato e raccontato, ma di certo non ricopre il ruolo preponderante nella memoria collettiva che ci aspetteremmo. Al contrario, sempre più spesso viene visto come una presenza ingombrante, una tragedia che finisce per “fare concorrenza” a quella comunista rievocata con tanta forza. Le comunità dell’Est mal tollerano l’assoluta predominanza della Shoah nella memoria occidentale, poiché vedono sminuite le loro specifiche sofferenze per mano dei regimi socialisti.

Inoltre, rivangare quel passato significherebbe porsi dinnanzi alla necessità di fare i conti con la collaborazione al rastrellamento e allo sterminio di milioni di innocenti. Una presa di coscienza che però non fa parte dell’agenda di istituzioni e governi interessati a portare avanti l’immagine autoassolutoria di “nazioni vittime del Novecento”, della barbarie nazista prima e comunista poi.


Prospettive per le “memorie del futuro”


Il quadro sin qui tratteggiato non appare confortante per la storiografia. Vaclav Havel, leader della Rivoluzione di velluto cecoslovacca, affermò nel 1989: «La Storia, pur frenata artificiosamente, ora è di nuovo in moto». Trent’anni dopo, però, la Storia non sembra essersi davvero rimessa in moto. Anziché accogliere le complesse sfumature e contraddizioni di un passato particolarmente intricato, le nuove istituzioni hanno preferito promuovere una memoria istituzionale selettiva e confortante, imperniata sulla figura della nazione-vittima. L’Unione Europea ha limato alcuni aspetti controversi, per esempio ponendo un freno alla riabilitazione di personalità autoritarie e imponendo il riconoscimento dell’Olocausto e dei lati oscuri del collaborazionismo come conditio sine qua non per l’ingresso nella Comunità.


Vi sono diversi segnali confortanti in prospettiva futura. Innanzitutto, oggi esistono le condizioni per una ricerca storica metodologicamente ed eticamente corretta. La politica e le istituzioni sicuramente tentano di indirizzare gli studi verso la rilettura del passato a loro più favorevole, ma gli storici hanno decisamente più margine di manovra rispetto a quanto non accadesse in tempi di regime. Parecchi archivi sono stati aperti ai ricercatori, permettendo di recuperare aspetti del passato recente finora occultati.

Bisogna infine ricordare che anche in Europa occidentale, dopo le esperienze traumatiche dei fascismi e della Seconda guerra mondiale, non è stato facile fare i conti con il passato. La storiografia ha impiegato anni per abbandonare una lettura quanto più confortante e semplicistica possibile dei drammi del suo passato. Spesso, al di fuori dell’ambiente accademico, l’opinione pubblica fatica ancora oggi nel compiere questo salto e abbracciare la complessità dei processi storici. Basti pensare alla nostra Italia, in cui frequentemente e da più parti si vuole ricordare – non senza una certa dose di semplicismo e qualunquismo – che “il fascismo non è stato crudele come il nazismo” e che “pure gli italiani hanno vissuto il loro genocidio, in Istria e Dalmazia”. Non si può certo pretendere più lucidità e obiettività da comunità che hanno vissuto fino a ieri i propri traumi e sono state abituate a pensare se stesse e gli altri in termini di giusto e di sbagliato, di bianco e nero. Sta alla storiografia, che già ha mosso i primi passi nella direzione giusta, restituire tutte le sfumature di grigio che tratteggiano la Storia.


Bibliografia

- Gozzini G. (2015). Fine del blocco sovietico e storiografia occidentale, in “Contemporanea”, vol. 18 n°1.

- Groppo B. (2013). Politiche della memoria e politiche dell’oblio in Europa centrale e orientale dopo la fine dei sistemi politici comunisti, in Focardi F., Groppo B. (a cura di). L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989. Roma: Viella.

- Klymenko L. (2014). World War II in Ukrainian school history textbooks: mapping the discourse of the past, in “Compare: A Journal of Comparative and International Education”, vol. 44 n°5.

- Kratochvíl P., Shakhanova G. (2021). The Patriotic Turn and ReBuilding Russia’s Historical Memory: Resisting the West, Leading the Post-Soviet East?, in “Problems of Post-Communism”, vol. 68 n°5.

- Testa A. (2016). Problemi e prospettive della ricerca demo-etno-antropologica su memoria sociale, (n)ostalgia, ritualità pubblica e patrimonio culturale immateriale nell'Europa post-socialista, in “Lares”, vol. 82 n°2.

- Wylegała A. (2017). Managing the difficult past: Ukrainian collective memory and public debates on history, in “Nationalities Papers”, vol. 45 n°5. Copyright front image: iStock Photos

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