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Midterm USA: doveva essere un'onda rossa.

Updated: Nov 18


di Lorenzo Ruffi.


Lo scorso otto novembre si sono tenute le elezioni di medio termine, il più importante evento legislativo degli Stati Uniti d’America, nonché fondamentale termometro politico in grado di dirci molto sulla condotta della presidenza Biden fino a questo momento. Le midterms si tengono ogni quattro anni, in genere dopo due anni dall’insediamento della nuova presidenza di turno, e prevedono un’unica tornata elettorale in cui i cittadini americani sono chiamati alle urne per rinnovare ex novo la Camera dei Rappresentanti e per eleggere un terzo del Senato; oltre a ciò, trentasei Stati su cinquanta devono eleggere il proprio governatore, in quanto tale carica ha solitamente durata quadriennale. Queste elezioni hanno avuto particolarmente importanza per una serie di cause: la crisi economica generata dalla spirale inflazionistica che incide sempre di più sul portafoglio finanziario della gente comune, e che richiede soluzioni immediate e decise, la guerra in Ucraina che divide il Congresso e gli stessi partiti, il pericolo derivante da nuove accuse di brogli elettorali così come durante le elezioni presidenziali del 2020. Questi motivi hanno spinto i cittadini americani a recarsi alle urne come non succedeva da tempo. Vediamo qual è stato il risultato.

Vote for Democracy, vote for Freedom!

Con queste parole il presidente Joe Biden si è rivolto ai propri cittadini, esortandoli ad andare a votare per salvaguardare la democrazia statunitense. Il rimando, neanche troppo velato, è ovviamente rivolto agli eventi del 6 gennaio 2021, data in cui migliaia di sostenitori del presidente uscente Donald Trump assaltarono Capitol Hill, la sede del Congresso, non riconoscendo gli esiti delle elezioni del 2020 che avevano sancito la vittoria di Biden sul tycoon. Il presidente americano, reduce da due anni altalenanti, forte di alcune conquiste, come l’aumento dei posti di lavoro (circa 10 milioni) e la conseguente riduzione del tasso di disoccupazione (-3,5%), ma anche indebolito da diverse crisi, come la crescita esponenziale dell’inflazione, che ha toccato l’8,6%, e del debito pubblico (deficit al 12,2%), si è presentato alle midterms come garante della democrazia e dei valori fondanti degli Stati Uniti, in netta contrapposizione col populismo e il pericolo di deriva autoritaria incarnato dal trumpismo. Le elezioni di medio termine, svoltesi dunque in questo clima incandescente, hanno segnato un moderato successo per Biden e i Dem, sintomo che le politiche dell’attuale presidenza non sono state così fallimentari come si pensava. Nonostante la perdita della Camera, fatto abbastanza usuale se guardiamo alle alte elezioni di metà mandato, in cui l’opposizione è sempre stata in grado, tranne durante il secondo mandato di Bush jr., di riconquistare almeno uno dei due organi politici fondamentali, il Partito Democratico riesce a mantenere la maggioranza al Senato. Fondamentale è stata la vittoria della democratica Cortez Masto in Nevada, Stato in cui era data quasi per scontata la vittoria del candidato trumpiano Adam Laxalt. L’ultimo Stato rimasto in bilico è la Georgia, con il ballottaggio fissato al prossimo 6 dicembre che potrebbe ulteriormente rafforzare la presa dei Dem al Senato. La maggioranza conquistata alla Camera Alta dovrebbe garantire a Biden e al suo governo un discreto margine di manovra per i prossimi due anni: con entrambe le Camere del Congresso in mano all’opposizione, la macchina legislativa ne sarebbe uscita estremamente rallentata. Siamo quindi di fronte ad una sconfitta repubblicana?


Tsunami rosso o semplice bassa marea?

Non c’è dubbio che i Repubblicani abbiano raccolto meno di quanto abbiano seminato. Molti si aspettavano un’onda rossa, addirittura uno tsunami, ma di fatto, salvo nelle proprie roccaforti, il Grand Old Party non sfonda. Complice di questa debacle è senza dubbio il fatto che il Partito sembra avviato, ora più che mai, ad una tacita scissione interna. I candidati fedeli all’ex presidente Trump non ottengono grandi vittorie, risultando sconfitti praticamente ovunque. Persino Blake Masters, pupillo del tycoon e uno dei volti più influenti nella galassia MAGA (Make America Great Again) è stato sconfitto in Arizona dal democratico Mark Kelly. Nonostante i brutti risultati ottenuti, Trump non demorde: nella notte di martedì 15 novembre, l’ex presidente ha annunciato ufficialmente la sua candidatura alle presidenziali del 2024; tuttavia, potrebbe trovare più di qualche ostacolo di fronte a sé. Oltre al processo d’innanzi alla Corte di Giustizia che lo vede accusato di possesso illecito di materiale top secret e per tentato colpo di stato a seguito degli eventi di Capitol Hill, il magnate newyorkese dovrà fare i conti con l’ala conservatrice del Partito, che farà di tutto per bloccarne la corsa verso la presidenza alle primarie repubblicane.

Per una stella che si spegne ce n’è sempre una che nasce. L’unico Stato significativo in cui si è effettivamente verificata l’onda rossa è stata la Florida: qui a far notizia non è stata tanto la riconferma del trumpiano Marc Rubio al Senato, quanto la schiacciante vittoria di Ron DeSantis contro il candidato Dem Charlie Christ. DeSantis, esponente repubblicano da sempre schierato contro Trump, ha ottenuto la riconferma a governatore di uno degli Stati più importanti della Federazione, vincendo pure in contee storicamente democratiche come Palm Beach e Miami. A salutare con favore la vittoria del governatore della Florida sono Mitch McConnell, leader repubblicano al Senato, e Liz Cheney, esponente di punta della galassia anti-trumpiana. Il tycoon, rimasto deluso dal fallimento dei propri candidati, ha apertamente accusato McConnell di favorire indirettamente i Dem attraverso le scelte sbagliate nel finanziamento di candidati non graditi dall’ex presidente. Una guerra fredda all’interno del Partito che rischia di comprometterne le basi nel futuro immediato.


La frattura del GOP favorisce i Dem

Le elezioni di metà mandato hanno quindi cristallizzato un processo di trasformazione del Partito Repubblicano già in atto dal 2021, che vede nettamente contrapposti Trump e i suoi candidati da una parte, l’ala conservatrice e liberale guidata da McConnell e DeSantis dall’altra. Questa spaccatura rischia di indebolire intrinsecamente il GOP, spianando la strada ai Dem per i prossimi due anni almeno. Tale divisione interna è destinata a rimanere viva fino alle primarie repubblicane del 2024, quando il GOP eleggerà ufficialmente il candidato che sfiderà Biden o un altro alto esponente Dem alle presidenziali dello stesso anno. La sfida, rebus sic stantibus, sarà fra Trump e DeSantis: uno scontro che potrà determinare il ritorno del Partito sulle storiche posizioni liberali, oppure il definitivo trionfo dell’ondata populista in atto dal 2016. Le stesse sfide più significative della politica americana dividono il partito: per la crisi ucraina, ad esempio, non vi è un’uniformità di vedute anche all’interno degli stessi schieramenti del GOP. L’ala fedele a Trump, da sempre schierata su posizioni morbide nei confronti della Russia fin dalla crisi in Crimea del 2014, è insofferente verso la gestione del conflitto fin qui portata avanti dalla presidenza Biden. Anche un esponente di spicco non legato particolarmente al tycoon come Kevin McCarthy, appena nominato speaker alla Camera per i repubblicani, ha criticato il massiccio invio di armi americane a Kiev, sottolineando come ciò debba avvenire con un maggior coinvolgimento degli alleati europei. Di altra opinione è invece il conservatore Michael McCaul, in corsa per la commissione affari esteri alla Camera, che definisce “fondamentale” l’invio di armamenti sempre più sofisticati per frenare l’invasione di Putin. La crisi del GOP non sembra essere risolvibile nell’immediato: la frammentazione interna al Partito Repubblicano facilita i lavori al governo in carica, dividendo il fronte interno dell’opposizione. Nonostante i bisticci repubblicani facilitino i lavori al presidente, le sfide che attendono gli ultimi due anni del mandato di Biden sono estremamente impegnative: la possibile ricandidatura del settantanovenne leader democratico passa necessariamente dalla loro risoluzione.


Guerra e inflazione: le piaghe dell’agenda Biden

Nonostante il buon risultato ottenuto alle elezioni di medio termine, la strada non sembra affatto in discesa per Biden e la sua squadra di governo. L’inflazione causata dall’aumento generale dei prezzi degli idrocarburi in seguito all’invasione russa dell’Ucraina presenta il più alto tasso percentuale dai tempi degli shock petroliferi degli anni Settanta. La soluzione, al momento solo parzialmente efficace, è stata la stessa adottata all’epoca, ovvero un vertiginoso aumento dei tassi d’interesse decretato dalla FED (Federal Reserve).

Si tratta del terzo rialzo da 75 punti base effettuato quest’anno dalla Banca Centrale americana per raffreddare il mercato e annullare l’effetto di avvitamento dell’economia generato dalla spirale inflazionistica: una scelta che ricorda molto le politiche fiscali di Paul Volcker, presidente della FED sotto Carter e Reagan che riuscì a domare l’iperinflazione degli anni Ottanta attraverso un costante e massiccio aumento del tasso d’interesse di riferimento. L’indice dei prezzi alla produzione, pur se rallentato nell’ultimo trimestre, è ancora sufficientemente alto da destare preoccupazione per buona parte dei consumatori americani. Strettamente legato al tema inflazione è sicuramente la crisi in Ucraina, arrivata probabilmente ad una fase di stallo. Il supporto di Washington a Kiev, pur rimanendo incrollabile, con lo stesso presidente Biden pronto a chiedere al Congresso lo stanziamento di 37 miliardi di dollari con cui finanziare nuovi pacchetti di aiuti militari e di intelligence alle forze armate ucraine, inizia a spingere sempre di più verso una soluzione negoziale del conflitto. Le stesse parole pronunciate dal Capo di Stato Maggiore, il generale Mark Milley, sembrano andare verso questa direzione. Secondo Milley, l’Ucraina non sarà in grado di riconquistare per intero tutti i territori che controllava prima dell’inizio della guerra. Con l’evidente incapacità dei russi di contrattaccare significativamente via terra e con l’arrivo dell’inverno che potrebbe congelare la situazione sul campo, la soluzione diplomatica potrebbe finalmente farsi spazio. A Biden spetterà trovare una via d’uscita dalla baraonda ucraina che sia in grado sia di salvaguardare l’integrità e la sovranità di Kiev su buona parte del suo territorio, sia di garantire una “sconfitta onorevole” a Putin, non umiliando il collega russo e cercando di reintegrare lentamente Mosca nel sistema delle relazioni internazionali. Cosa più facile a dirsi che a farsi. Dalla risoluzione di queste due sfide estremamente complicate dipenderà anche la possibile ricandidatura di Biden alle presidenziali del 2024. Il leader Dem, che compirà ottant’anni questo sabato, non ha ancora abdicato all’idea di guidare l’America per altri quattro anni. Prima, però, dovrà dimostrare alla propria opinione pubblica, e poi al mondo intero, di essere un leader forte e competente, e non un anziano signore casualmente alla guida della nazione più potente del pianeta come molti lo dipingono.





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