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  • Writer's pictureKoinè Journal

Netanyahu presenta il piano per Gaza


di Luca Simone.


Il presidente israeliano ha finalmente presentato nella notte al suo gabinetto di sicurezza un documento ufficiale che illustra la sua idea per il dopoguerra a Gaza. Il piano è stato accolto con scetticismo e polemiche, ed è, a quanto racconta il Times of Israel, la prima volta che un testo viene effettivamente sottoposto al governo di unità nazionale. Il documento rappresenta una sorta di sintesi dei punti da sempre ribaditi da Netanyahu riguardo al futuro dell’enclave palestinese, e nei fatti formalizza una profondissima spaccatura tra Tel-Aviv e il resto del mondo, che ha accolto con preoccupazione e indignazione la proposta del primo ministro israeliano. L’autorità nazionale palestinese, per bocca del portavoce di Abbas parla addirittura apertamente di “piano che vuole impedire la nascita di uno Stato palestinese”; ancora silente invece Washington che, come si è visto negli ultimi mesi, ha pubblicamente parlato di necessità di una soluzione “due popoli-due Stati” e ha più volte criticato l’operato delle IDF nell’operazione a Gaza che, finora, ha causato trentamila vittime, il 70% delle quali donne e bambini.


Ma cosa contiene questo piano? Nel testo non viene mai menzionata apertamente l’Autorità Nazionale palestinese (ormai quasi del tutto screditata nazionalmente e internazionalmente), ma allo stesso modo non se ne esclude la partecipazione diretta all’amministrazione di quel che resta di Gaza alla fine della guerra. Si parla infatti di “funzionari locali” che devono essere selezionati secondo criteri che garantiscano la loro totale estraneità al terrorismo islamico e antisemita. Il punto prioritario del piano ribadisce con forza che le IDF non hanno alcuna intenzione di ritirarsi da Gaza fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi militari, tra cui la distruzione completa delle strutture e del personale di Hamas e della Jihad islamica e il ritorno degli ostaggi ancora in mano ai terroristi. Non viene fornita alcuna indicazione temporale per il prosieguo dell’operazione, che dunque potrebbe durare ancora a lungo.


Netanyahu e i suoi consiglieri hanno poi messo nero su bianco la volontà di creare una zona cuscinetto tra la Striscia e il confine israeliano e di voler prendere il controllo diretto del valico egiziano di Rafah, rinunciando al coinvolgimento degli USA e anche di un eventuale corpo di pace inviato dalle Nazioni Unite. Queste ultime verrebbero poi tenute fuori da Gaza anche proibendo il lavoro sul territorio dell’UNRWA, l’agenzia ufficiale ONU che si occupa dei rifugiati e dei profughi palestinesi. Netanyahu ribadisce dunque la propria idea di estraniarsi da qualsiasi decisione di buonsenso e di non voler assolutamente accettare “diktat” internazionali.


Il premier israeliano non rinuncia alla sua linea dura, dovuta principalmente a ragioni di politica interna più che estera, in quanto l’operazione militare lanciata in risposta agli attacchi dei tagliagole di Hamas del 7 ottobre ha ottenuto il solo effetto di trasformare la situazione in una macelleria mediatica per l’immagine di Israele e degli israeliani. L’uso spropositato della forza, l’uccisione di decine di migliaia di donne e bambini innocenti, i video e le fotografie diffuse continuamente sui social che mostrano le violenze e le devastazioni sono tutti fattori che hanno contribuito a spostare l’asse simpatetico del mondo quasi totalmente verso il popolo palestinese, un fatto che il 7 ottobre appariva impensabile dopo la notizia dei massacri operati nei kibbutz dai terroristi. A ciò si accompagna un sempre più persistente isolamento internazionale, con l’ONU sempre più duro e netto nel condannare le violenze, e addirittura la Corte dell’AIA che il mese scorso ha deciso di non archiviare il processo che vede imputato Israele di genocidio. Un processo molto probabilmente solo mediatico (in quanto ad oggi, secondo chi vi scrive, l’accusa di genocidio è una trovata propagandistica delle piazze pro-palestinesi più che un vero contenuto legale, ciò non toglie, ovviamente che le decine di migliaia di morti innocenti causati a Gaza dall’IDF rappresentino un vergognoso ed evitabile crimine di guerra), che rappresenta non solo un unicum storico, ma anche un grande segnale mandato a Tel-Aviv sul suo isolamento internazionale.


Addirittura Washington ha più volte deciso di prendere le distanze da Netanyahu, invitando all’apertura di seri e costruttivi dialoghi di pace che portino ad una seria e duratura sistemazione territoriale che assicuri stabilità alla regione. Persino la sempre mite Italia, pronta a scodinzolare a qualsiasi ordine proveniente da oltreoceano ha rimarcato pubblicamente la sua distanza dal recente operato di Israele, per bocca della premier Meloni che, ieri, ospite a Porta a Porta, ha invocato un immediato cessate il fuoco umanitario.


Insomma, ciò che emerge da questi ultimi fatti è che dell’Israele che il 7 ottobre aveva ricevuto (giustamente) la solidarietà di tutto il mondo civile e senziente, oggi non esiste più traccia, e questo è il peggior risultato possibile che potesse raggiungere Netanyahu, che ha dimostrato una brutalità e una incapacità di prevedere le reazioni della comunità internazionale abbastanza preoccupante, fornendo un pericolosissimo assist ad Hamas.

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