Oceano Mare (di A. Baricco)
- Koinè Journal

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Di Riccardo Cuppoletti e Riccardo Belleggia.
Una locanda sulla riva del mare, gestita da bambini capaci di leggere nei pensieri e nei sentimenti dei suoi ospiti: un luogo onirico, sospeso in uno spazio-tempo indefinito, e un microcosmo che prende vita nella narrazione dallo stile unico di Alessandro Baricco, pomposo, pieno di pathos, in grado di cullare o irritare profondamente.Su questa linea di confine, le parabole esistenziali del professor Bartleboom e del pittore Plasson si intrecciano ai destini della giovane Elisewin e del suo accompagnatore Padre Pluche, accostandosi alla sensualità malinconica di Madame Deverià e alle ombre misteriose che avvolgono il medico Savigny e il criptico Langlais.
Ma dietro a quelli che sembrano incontri casuali vi è in realtà una spinta fatale che tutto muove e convoglia verso un’unica, ineffabile entità: l’oceano mare, un iperuranio d’acqua che si fa specchio capace di far emergere l’abisso interiore di chiunque vi si rifletta.Ogni anima che abita la Almayer è tormentata da un’impotenza che si traduce in ossessione verso questa distesa infinita: c'è chi ne cerca i limiti per poterli catalogare, chi ne cerca l'inizio per imprimerlo su tele ostinatamente bianche, chi tenta di bagnarsi nelle sue acque per guarire dalla fragilità o, infine, chi convive con il peso di un passato inenarrabile da cui non è mai emerso del tutto.Perché se da una parte la locanda sulla terraferma appare come un rifugio etereo, un affaccio sicuro su quell'immensità, dall’altra la tragedia reale si consuma nel suo ventre profondo.
Nel momento di massima incertezza, la narrazione subisce una frattura violenta, scaraventandoci nel passato di un naufragio, su una zattera che diventa l'unico, disperato appiglio. In questa deriva, la sopravvivenza cessa di essere un dato scontato e si trasforma in una conquista disperata, da strappare ad ogni costo.Se le imbarcazioni (come lo stesso Baricco suggerisce) sono gli occhi di questa cieca distesa d'acqua, lo sguardo dell’oceano, attraverso quel legno, finisce per spogliare l'essere umano di ogni civiltà, mostrandolo per ciò che è: una creatura spietata, capace di spingersi fino all'orrore di una ferocia lucida e selettiva.È in questo inferno che quelle ombre, prima solo accennate tra le mura della locanda, trovano ragione d’esistere e da quella degradazione nasce un desiderio di vendetta implacabile, destinato a sopravvivere al tempo fino al suo compimento.
Attraverso le ossessioni e le angosce dei singolari ospiti della Almayer, lo scrittore si fa guida di un viaggio nelle incertezze più intime e nelle fragilità dell'animo umano. In questo cammino, l’oceano mare si erge a forza assoluta, una vastità che accoglie le speranze e punisce le pretese, condannando al fallimento chiunque tenti di comprenderlo e negando il ritorno a chi vi si è addentrato troppo profondamente.Di fronte a tale sproporzione, Baricco sembra suggerirci che l'essere umano non sia fatto per confrontarsi con l'infinito, ma per abbandonarsi ad esso: accettando una radicale resa, smette di essere vittima e comincia, finalmente, a fluire con la sua corrente, arrivando a scegliere, tra le tante, una propria via mentre contempla, con assoluta serenità, tutte le altre possibilità.E allora, come ci confida sulle battute finali del romanzo un misterioso ospite, non ci resta altro che “dire il mare”. Senza la volontà di raccontarlo, senza la pretesa di capirlo.




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