• Koinè Journal

Piazza della Loggia 1974. Un altro tassello nella strategia della tensione


di Cosimo Bettoni.


Fra tutti i grandi episodi di cronaca del terrorismo avvenuti nel corso degli anni di piombo, la strage di Piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 Maggio 1974, è una di quelli che è rimasta meno impressa all’interno della memoria collettiva italiana.

Rimango sempre molto stupito in negativo di quanto poco nota sia questa vicenda al di fuori della mia città.

Per questo motivo ho deciso di contattare la Casa della Memoria, un’associazione costituitasi nel 2000 come centro di iniziative e di documentazione sulla strage e sulla strategia della tensione.

L’Associazione mi ha gentilmente messo in contatto con l’Avvocato Andrea Ricci, che da quasi cinquant’anni si occupa della vicenda in prima persona, difendendo alcune delle famiglie delle vittime della strage.




Comincerei subito dalla domanda più grande: cosa è stata la vicenda di Piazza della Loggia e come la colloca nel tempo? Quanto pensa che abbia inciso nella memoria bresciana, e in quella italiana, la vicenda di Piazza della Loggia nella sua opinione?


Parto da quest’ultima domanda: purtroppo poco.

La vicenda non trova grosso spazio nella memoria collettiva italiana, in primo luogo perché sono passati cinquant’anni, cosa che la rende per molti una vicenda superata, così come altre stragi del periodo del terrorismo nero.

Effettivamente fuori da Brescia non viene ricordata con particolare attenzione, anche il clima di oggi è complessivamente differente rispetto a quella di allora.

Oggi noi vediamo tutta una discussione sulla N.A.T.O. e sul neofascismo che tutto sommato sembra avere come presupposto che si sia dimenticato che il neofascismo all’epoca degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta non era solo un’ideologia, ma rappresentava anche lo stragismo.

Il cuore del gruppo che ha causato le stragi apparteneva ad Ordine Nuovo, che deve essere considerato il principale responsabile di quanto successo a Piazza della Loggia, come risulta dall’ultima sentenza della Corte d’Assise di Milano, che ha affermato la responsabilità di Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, che era il referente per l’Italia Settentrionale di Ordine Nuovo.

Per noi che abbiamo una certa età si è trattato di un qualcosa di indimenticabile, perché era la prima volta che un progetto stragista-golpista aveva come bersaglio una manifestazione antifascista e sindacale.

Gli altri attentati della strategia del terrore erano totalmente coperti dall’anonimato, mentre nella strage di Brescia la matrice risultò immediatamente chiara a tutti.

Tanto da sinistra, quanto dalla DC e da associazioni partigiane come le Fiamme Verdi vi fu subito una forte partecipazione alla richiesta di verità.

Non dimentichiamo poi che gli oratori presenti in piazza il 28 Maggio 1974 erano Franco Castrezzati (partigiano delle Fiamme Verdi) e Adelio Terraroli (parlamentare del PCI).

Non si deve poi dimenticare che la strage fu il culmine di un escalation di attentati avvenuti a Brescia pochi mesi prima, in primo luogo l’episodio di Silvio Ferrari (1974), al cui funerale presenziarono quelli che in seguito sarebbero stati identificati come gli ordinovisti veneti a cui le indagini alla fine hanno attribuito la progettazione e l’attuazione dell’attentato.

Parlando di N.A.T.O. invece, sempre le indagini hanno dimostrato che dietro Ordine Nuovo vi erano anche personaggi che facevano parte dell’intelligence di questa.

Oggi si parla molto della N.A.T.O. come garante della libertà dell’Ucraina, ma noi ci ricordiamo che in quel momento essa era un punto di riferimento per movimenti come Ordine Nuovo, in quanto agiva in funzione anticomunista coinvolgendo le nostre strutture militari.

L’attentato del 28 Maggio segue al risultato del referendum del 12 Maggio , quello sul divorzio, il cui risultato faceva molta paura al centro e alla destra, che temevano l’inizio di una possibile rivoluzione sociale e politica.

La sequenza degli attentati dal ‘68 in avanti era finalizzata alla creazione di un clima di terrore che permettesse ad una frangia di uomini ‘’forti’’ di arrivare in cima allo Stato, in poche parole: dal disordine si sarebbe dovuto creare l’ordine.

Invece la reazione popolare al 28 Maggio fu la dimostrazione che questo progetto non sarebbe mai stato accettato dalla popolazione, se non a prezzo di una guerra civile che nessuno ebbe mai il coraggio di immaginare.

Pensi che al funerale delle vittime parteciparono 700.000 persone, un numero impressionante se si pensa che ad oggi Brescia conta meno di 200.000 abitanti.



Questo tipo di ricostruzione è oggi possibile grazie ad una vicenda processuale molto lunga, all’interno della quale si è visto un po’ di tutto (sospettati che scappano in Giappone per esempio), riuscirebbe a fornire al grande pubblico una breve sintesi di questo iter?


Il grande pubblico dovrebbe avere la pazienza di leggere le ricostruzioni che sono state fatte, invece che abituarsi a dare giudizi basati sul niente.

Recentemente c’è chi ha attribuito il 28 Maggio alle Brigate Rosse….

Questo atteggiamento di mancata informazione fa sì che molti considerino il fascismo solo come un fenomeno del passato, generando un clima che permette ai fascisti di dare l’assalto alla sede della CIGL.



Allora guardi, la faccia pure lunga, ci racconti tutta la vicenda processuale.


L’indagine istruttoria cominciò direttamente il 28 Maggio, quando, e questo si deve ricordarlo con attenzione, era in vigore un codice di procedura differente.

Le indagini conobbero una svolta quando si arrivò al nome di Cesare Ferri, uno studente universitario vicino al gruppo Ordine Nero.

Gli inquirenti perquisirono la cui casa di Ferri, che aveva però un alibi apparentemente inoppugnabile, quello offertogli da un altro studente suo amico, Alessandro Stepanof.

Ferri era amico anche del milanese Alessandro D’Intino, appartenente ad un gruppo di estrema destra milanese che nel 1973 avevano organizzato un attentato alla sede del PSI di Brescia in Largo Torrelunga.

Ferri e D’Intino in estate andarono in vacanza in Grecia nonostante in Giugno si fosse fatto avanti un testimone che affermava di aver visto il primo vicino alla chiesa di Santa Maria in Calchera il giorno dell’attentato di Piazza della Loggia.

Al ritorno dalla Grecia Ferri venne nuovamente interrogato dagli inquirenti, di fronte ai quali affermò nuovamente di non essere stato a Brescia il 28 Maggio.

La pista di Ferri si spense e si aprì quella legata ad Ermanno Buzzi e al gruppo di ladruncoli che faceva ad egli riferimento e che comprendeva anche alcuni estremisti di destra bresciani e veronesi.

Le indagini su Buzzi vennero però molto forzate, cosa che portò ad una sentenza che condannava esclusivamente Buzzi e un altro membro del suo gruppo, Angiolino Papa.

Buzzi non riuscì ad arrivare al processo d’appello, in quanto venne ammazzato in carcere da due neofascisti; Angiolino Papa venne assolto, mentre agli altri imputati venne confermata l’assoluzione.

Questa sentenza venne annullata dalla Cassazione e nel giudizio di rinvio di Venezia nel 1985, che assolse tutti.

Le indagini sull’omicidio Buzzi riportarono però a Cesare Ferri, di cui si revisionò l’alibi e che in seguito venne imputato per strage e mandante dell’omicidio Buzzi.

Infatti Ferri aveva trasmesso, tramite il giornale neofascista Quex diretto dal detenuto Sergio Latini, un messaggio in cui si definiva Buzzi una ‘’spia dei carabinieri’’.

Parallelamente a queste vicende andava però avanti un’indagine condotta dal giudice istruttore Besson sul superteste del capitano dei carabinieri Francesco Delfino, Ugo Bonati.

Delfino aveva fatto sì che Bonati affermasse che tutta la vicenda della strage non fosse altro che uno ‘’scherzo’’ organizzato da Buzzi per colpire i ‘’rossi’’.

Anche l’indagine su Bonati portò però ad un’assoluzione di quest’ultimo.

Bonati sosteneva di aver agito identicamente ad Angiolino Papa, motivo per cui si decise di imputarlo per gli stessi reati di quest’ultimo; alla fine però si arrivò alla conclusione che tutto quello che era stato detto da Bonati era totalmente falso.

Bonati era stato sicuramente comprato da qualcuno, cosa che deduciamo dal fatto che non appena uscito dal carcere, in cui era entrato in condizioni economiche infime, andò a comprarsi un’azienda agricola a Calvisano.

L’indagine condotta su Cesare Ferri dal giudice istruttore Zorzi proseguì anche dopo il passaggio dal vecchio al nuovo codice, quello approvato nel 1988 e introdotto poi nell’Ottobre 1989; venne però concessa una dispensa per le indagini ancora in corso, che avrebbero potuto seguire il vecchio rito.

Fu in questa fase che vennero misteriosamente trovati, in uno di quegli armadi che ogni tanto capita di scoprire, i colloqui tra il maresciallo Felli, membro del SID (sigla del ‘’Servizio informazioni di difesa’’, i servizi segreti di Stato), ed un infiltrato: Maurizio Tramonte.

Quest’ultimo venne interrogato da Zorzi in quel momento come persona a conoscenza dei fatti, in qualità di testimone dunque.

L’istruttoria di Zorzi venne però archiviata nel 1989, quando gli imputati (Ferri, Stepanof, Latini) vennero assolti.

Grazie alle prove raccolte da Zorzi fu però possibile aprire una nuova indagine nel 1997, quella condotta dai p.m. Roberto di Martino e Francesco Piantoni, che seguirono le norme del nuovo codice di rito penale.

Negli anni successivi fu possibile arrivare ad aprire un procedimento a carico di Tramonte e di Claudio Maria Maggi, che successivamente vennero condannati dalla Corte di Cassazione di Brescia, che annullò le assoluzioni precedenti e rimise gli atti alla Corte d’Assise d’appello di Milano.

Quest’ultima nel Luglio del 22 Luglio 2015 che emise la sentenza che affermò la responsabilità di Tramonte e di Carlo Maria Maggi per la strage di Piazza della Loggia; il ricorso contro questa sentenza venne rigettato nel 2016.

Adesso è in corso invece il procedimento per la revisione di questa sentenza, che l’8 Luglio porterà a sentire in tribunale la moglie e la sorella di Tramonte.

Il materiale raccolto su Tramonte e Maggi ha portato all’apertura di un nuovo filone processuale, quello portato avanti dalla Procura per i Minorenni di Brescia, coinvolta in quanto in base al nuovo materiale nella strage erano coinvolti anche dei minorenni.

Quindi, tornando a quello che le dicevo prima, anche se è passato molto tempo la vicenda resta attuale, perché tutto è ancora in corso.



Come ha vissuto lo scorrere di questa infinita e intricata vicenda?


Io ero in piazza il 28 Maggio, come tanti altri.

Allora ero già procuratore legale, ma si diventava avvocati solo dopo sei anni come procuratore

legale, tuttavia come parte civile si poteva fare anche l’appello.

Io mi costituii il 29 Maggio del 1974, quando venne aperta l’istruttore sommaria, e da allora sono andato avanti.

Per anni il sentimento più forte è stato la frustrazione.

Noi parti civili avevamo immediatamente notato gli evidenti depistaggi che il capitano dei carabinieri Francesco Delfino aveva compiuto.

Vedere che per anni si andò dietro a piste che non portavano a nulla, mentre si proseguiva con l’occultamento delle prove vere era fonte di molta frustrazione.

Nel secondo processo, quello contro Ferri, io ero convinto che l’accusa fosse fondata, ma anche lì si arrivò ad un’assoluzione; va detto comunque che fu proprio da questa sentenza che partì l’imput che portò alle indagini che individuarono come responsabili Tramonte e Maggi.

Il problema principale di questo processo è stato che si è arrivati ad individuare la colpevolezza dei responsabili quando questi erano già molto anziani (Maggi è morto nel 2018, a soli tre anni dalla condanna) o addirittura già morti.

Arrivare con tanto ritardo all’accertamento delle responsabilità serve certamente da un punto di vista storico e politico, ma rimane grande amarezza per essere arrivati a questo punto per colpa dell’efficacia dei depistaggi, coperti da una grande parte della classe politica che ci teneva molto a nascondere questo tipo di copertura data al neofascismo locale.



Rispetto ad allora quanto percepisce la presenza del fascismo all’interno di una società che si è profondamente trasformata?


La differenza principale sta secondo me nel fatto che allora c’era una differenza tra destra e sinistra basata su principi fondanti.

Oggi invece vedo una grande confusione.

Esistono un fascismo storico, quello del corporativismo di Mussolini, e un fascismo della cultura stragista, quello degli anni Sessanta-Settanta.

Il fascismo di oggi è un prodotto subculturale nato dalla confusione e composto da persone che non sanno quella che effettivamente è stata l’ideologia fascista, si tratti di individui che vogliono solo prevaricare alcune frange della società.



Cosa significa essere l’avvocato di persone che hanno perso familiari e affetti in una strage?


Significa vivere come una sconfitta personale tutte quelle sentenze che ci hanno negato la giustizia e la verità di quello che era stato dimostrato dalle indagini.

Sono state sconfitte personali, però nessuna delle persone che ho assistito (Manlio Milani e Lucia Calzari) si è mai arresa, nessuno ha mai rinunciato ad andare avanti, un qualcosa che ha incoraggiato tutte le persone che hanno seguito e seguono la vicenda, in primo luogo quelle più giovani.

Nell’ultima fase processuale i vecchi come me sono diventati pochi, ci sono molti colleghi giovani, alcuni nati anche dopo il 1974, che si sono appassionati alla vicenda e che ora discutono e parlano della vicenda pubblicamente.

C’è stato un periodo, dopo la sentenza del primo processo, in cui veramente eravamo solamente io e Manlio, mentre ora, grazie ad un lavoro di anni, siamo in molti a parlare di temi come lo stragismo e il neofascismo.

Il percorso di continua informazione su queste vicende non deve finire, nonostante ci siano persone che le considerino ormai come qualcosa di ‘’vecchio’’.

In questo dovremmo tutti prendere ad esempio il lavoro di Liliana Segre.


Ovviamente in questo non si può non sottolineare il lavoro fatto da Casa della Memoria e da tutte le altre associazioni che si occupano di portare avanti la memoria delle stragi.


Casa della Memoria nasce grazie all’iniziativa di Manlio Milani e di altri familiari delle vittime della strage, così come la Fondazione Calzari-Trebeschi.

Queste organizzazioni nascono come reazioni a quello che era successo, ma hanno avuto negli anni un importante sviluppo dovuto in primo luogo allo sforzo di non avere posizioni di parte, quindi grazie alla capacità di coinvolgere nella lotta al fascismo e alla perdita della memoria tutti senza pregiudizio o filtro ideologico.

Ci sono tante persone che a sinistra, al centro e a destra possono avere dei pensieri e dei concetti comuni.

Accetto volentieri la discussione con chi è di destra, se questa è portata avanti su posizioni sensate, mentre non accetto invece di discutere con chi si limita a ripetere slogan e insulti.

Noi nel distinguere i due tipi facciamo purtroppo ancora grande confusione.

In Italia accomuniamo nella destra sia il galantuomo che l’imbecille, mentre in Francia invece distinguono chiaramente la destra repubblicana ed antifascista e quella della Le Pen.



Cosa significa oggi per lei il 28 Maggio?


Il 28 Maggio ha significato e significa per me andare in piazza e rivedere molti compagni che c’erano oggi come allora, purtroppo per motivi anagrafici sempre meno.





Image Copyright: Il Corriere.it

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