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Propaganda di guerra. Trasformazioni politiche e sociali nei conflitti del XX secolo

Updated: May 17


di Alessia Di Lorenzo. «Se la gente davvero sapesse, la guerra finirebbe domani. Ma naturalmente non sa e non può sapere. I corrispondenti non ne parlano e la censura non lascerebbe passare la verità».

Le parole di Lloyd George all’editore del “Manchester Guardian” illuminano sulle dinamiche ed i rapporti tra la sempre più partecipe opinione pubblica ed il clima della prima guerra totale. In un clima di distruzione e miseria i civili rivendicano maggiori informazioni riguardo le sorti del conflitto, che sono state filtrate dalle grandi potenze mediante abili strumenti di propaganda. La costruzione della memoria, come patrimonio comune di un singolo Paese, riveste in questo contesto un ruolo importantissimo. Il ricorso a potenti strumenti di informazione è finalizzato infatti non solo a plasmare le coscienze collettive, ma anche a segnare quella “memoria pubblica” che Bodnar considera il punto di intersezione tra espressioni culturali ufficiali e vernacolari (Bodnar 1992: 14-15). La propaganda si presenta infatti come un ottimo espediente per poter evitare quegli “eccessi di memoria” (Charles Maier 1993) di cui spesso è caratterizzata la produzione storiografica. La stampa in contesto di guerra assume così un ruolo determinante nel dare un senso all’innumerevole quantità di informazioni, trasformando le identità della persona e della comunità (De Angelis 2014: 11). La narrazione di guerra da parte dei mass media è sicuramente stata il prodotto delle volontà dei potenti Stati Nazionali. Sempre Bodnar afferma infatti “la cultura ufficiale si fonda su una riaffermazione della realtà in termini ideali, evitando complessità ed ambiguità: essa presenta il passato su basi astratte, sacrali e senza tempo”. Storicamente, si può affermare che – ad esclusione della stampa- i mass media, come la radio, la televisione ed internet, siano nati dai contesti e dalle necessità tecnologiche-militari delle grandi guerre del Novecento (De Angelis 2014:13). Il “Secolo Breve” diventa quindi il protagonista del rapporto moderno tra guerra e mass media. Se rispetto alle due guerre totali possiamo parlare di un controllo capillare della martellante propaganda di guerra, bisogna però capire fino a che punto, nei grandi conflitti dell’oggi, l’informazione stia acquisendo il proprio processo di autonomia. La serie di tre articoli Propaganda di Guerra propone una lettura dei simboli e delle retoriche che in contesto di guerra hanno influito sulla percezione della realtà sociale e politica. I periodi presi in considerazione – Prima Guerra Mondiale, Seconda Guerra Mondiale e l’era dei Conflitti televisivi - tentano di mostrare il rapporto osmotico tra la propaganda e l’opinione pubblica, soffermandosi su come l’una reinventi l’altra. In questa prima puntata sono presi in analisi alcuni casi esemplari della propaganda di guerra durante il Primo Conflitto Mondiale. Lo scopo è quello di immettere chi legge nei meccanismi della campagna propagandistica, potentissimo strumento di persuasione sociale e collettivo.


Le origini della propaganda moderna


L’interesse nei confronti della propaganda trova terreno fertile già nelle “guerre di popolo” (De Angelis 2014:14), in cui l’opinione pubblica diviene un attore politico ormai rilevante negli equilibri politici di un Paese. Sono difatti questi gli anni in cui si comincia ad elaborare l’idea di una comune appartenenza patriottica, legata principalmente all’elaborazione del concetto di identità nazionale che fa breccia sull’emotività dei singoli civili, disposti a morire per la Patria. L’opinione pubblica rivendica quindi dalle rivoluzioni moderne -americana e francese- una propria autonomia decisionale sulle sorti dello Stato-Nazione, il quale non può più ignorarne l’importanza. Proprio la crescente importanza di quella che poi diventerà una vera e propria coscienza di massa, determina l’interesse dello Stato, specialmente nei contesti di guerra segnati da disordini e squilibri; lo scopo diventa, dunque, quello di “raggiungere l’opinione pubblica nella sua globalità e plasmarla” (De Angelis 2014:14). In questo contesto possiamo già riferirci all’idea di propaganda moderna, il cui ruolo diventa però determinante nelle sorti del conflitto durante la guerra totale. La Prima e la Seconda guerra mondiale hanno infatti trascinato i civili in scenari fortemente segnati da distruzione e devastazione. L’inglobamento del fronte interno ha inevitabilmente portato le grandi potenze a compiere uno sforzo propagandistico inaudito, volto a forgiare il pensiero collettivo e a controllare la dimensione sociale. La guerra assume quindi un forte carattere psicologico.



I manifesti: simboli e retoriche del primo conflitto mondiale


Il manifesto, come mezzo di richiamo popolare nasce nel XIX secolo in bianco e nero, legato al contesto del circo e all’ambito pubblicitario. Alla fine dell’Ottocento, invece, diventa l’unica fonte d’informazione per gli analfabeti. Da questo momento assume un carattere informativo, fungendo da supporto visivo ai giornali. Lo scopo del manifesto era quello di coinvolgere la maggioranza del pubblico che non fosse in grado di leggere. I modelli e le icone proposte si inserivano infatti nel contesto della cultura e della tradizione popolare nonostante la loro commissione provenisse dalle classi alte. Il sincretismo culturale del manifesto – ricorrendo a racconti popolari e alle figure istituzionali- trova il suo principale scopo nella persuasione di massa. Le dimensioni del manifesto mutano inoltre in base al contesto storico e alla loro funzione. I primi manifesti legati alle icone circensi erano grandi illustrazioni che ricorrevano all’iconografia popolare, mentre nel XIX assumono forme più ridotte e sono destinati anche alla pubblicità di prodotti commerciali.

Già durante il primo conflitto mondiale l’Inghilterra si è contraddistinta per il modo in cui ha fatto ricorso alla propaganda, diventando il modello esemplare per gli altri paesi occidentali. Se i giornali hanno contribuito alla costruzione dell’informazione di massa, sono i manifesti che hanno però scavato nell’emotività dei civili. È infatti proprio la dimensione emotiva il bersaglio della propaganda inglese, che si manifestava in grandi slogan ed immagini simboliche. Uno degli esempi più eclatanti in cui la narrazione britannica ha agito in questo senso è il “rape of Belgium”, una formula propagandistica che indica quel momento in cui la Germania ha violato la neutralità del Belgio nel 1914, praticando soprusi e vessazioni nella popolazione civile belga. I tedeschi, a tal proposito, sono stati associati ad un popolo sanguinario capace di compiere atti vandalici sessuali perversi, che sono stati raccolti nel “rapporto Bryce” del 1915. Una delle tante immagini pubblicistiche che sono state diffuse esce negli Stati Uniti nel New York Tribune, attorno al 1917. Quest’immagine esemplifica la narrazione simbolica nazional patriottica del tempo. Il Belgio viene rappresentato come una donna incapace di poter reagire al pugno brutale che riporta lo stemma di un’aquila prussiana. È interessante notare come i concetti inerenti alla nazione siano sottoposti ad immagini legate all’ambito familiare e alla percezione della differenza di genere. Il Belgio viene così rappresentato come una donna\madre da difendere, mentre la Germania con l’immagine di una rude e violenta stretta di mano, quasi sicuramente associata al genere maschile. La narrazione degli stupri in tempi di guerra a sfondo nazional-patriottico è difatti ricorrente e come sostiene Banti «il punto che viene incessantemente sottolineato è che – se oltraggio viene inferto alle donne della nazione – esso è compiuto su donne caste e contro la loro volontà: il loro salvataggio è garantito dall’eroico e tempestivo intervento di qualche campione della nazione combattente». (Banti 2005: 209).

La guerra totale ha coinvolto qualsiasi ambito della sfera umana, ed ha lasciato un segno particolare nelle menti dei singoli civili. La vasta portata del conflitto necessitava difatti di un imminente sforzo umano, dovendo convincere la gente comune della necessità di entrare nel conflitto. La propaganda diventa un ottimo strumento per plasmare la percezione della realtà: individua il nemico ed istilla un sentimento tale da spingere i civili ad una morte certa.


Questo è uno dei primi manifesti della campagna di reclutamento inglese durante la Prima Guerra Mondiale. L’arruolamento in Inghilterra avveniva su base volontaria, di conseguenza era necessario un diffuso sentimento d’appartenenza nazionale per favorire l’ingesso in guerra di uomini comuni. L’ideatore dell’immagine porta il nome di Alfred Lee, ed è stata pubblicata in un settimanale inglese del 1914. Solo in un secondo momento sarebbe stata presa in considerazione dal Comitato Parlamentare di Reclutamento, diventando così un vero e proprio manifesto propagandistico. L’uomo nell’immagine è lord Kitchener, un importante generale britannico che invita i concittadini a partecipare attivamente al conflitto. Le movenze con cui viene raffigurato il nuovo ministro della guerra– specialmente il dito puntato verso l’osservatore- catturano immediatamente l’attenzione psicologica di chi lo sta guardando. Lo slogan “Your Country Needs You” riesce poi in poche parole a cogliere l’emotività del lettore, insinuando nella sua coscienza un forte sentimento patriottico e nazionale. Il manifesto britannico divenne un modello poi seguito da altri paesi, come Germania e Stati Uniti. La propaganda moderna è spesso ricorsa al concetto della demonizzazione del nemico, ma un’importanza rilevante assume anche il mito dell’esperienza di guerra, che George Mosse considera come il racconto dell’abnegazione del singolo cittadino in nome della Nazione, per la quale sarebbe stato disposto a morire eroicamente e da martire. Il mito dell’esperienza della guerra diventa però anche un pretesto per neutralizzarla, attraverso un processo di banalizzazione volto a ridimensionarla. (Mosse 1990)


Giornalismo e fotografia: le nuove narrazioni

Il Novecento è considerato il secolo della guerra che entra in questi anni nella sua dimensione moderna. Durante il primo conflitto mondiale il confine dicotomico tra civili e militari si fa sempre più sfumato. Il coinvolgimento diretto dei civili alla guerra porta ad una richiesta maggiore di informazioni, dovuta alla necessità di dare ordine ad un contesto caotico ed incerto. In questo periodo si consolidano retoriche e simbologie alternative a quelle tradizionali che rendono possibile la nascita di una sfera pubblica. La domanda di informazioni subisce così un’impennata che permette ad alcune testate giornalistiche di affermarsi sul mercato. Dal punto di vista della copertura informativa, il primo conflitto mondiale si presenta come “una delle pagine più nere del giornalismo di guerra”, in cui il campo giornalistico appare decisamente subordinato a quello politico, raggiungendo l’apice della dominazione simbolica del potere. (De Angelis 2014: 18). Le migliaia di morti coinvolte nel conflitto hanno segnato una ferita insanabile nella gente comune che non può essere informata della portata della tragedia che si stava consumando sotto ai loro occhi. Proprio per questo viene apportato in questi anni il più severo “sistema di censura della storia”. Un importante documento che viene emanato durante la guerra è il Defence of Realm Act che aveva lo scopo di veicolare l’informazione, cercando di non fornire informazioni utili al nemico. I corrispondenti non potevano invece riportare la vita nelle trincee e contrastare i comandi militari. Mentre in Germania non erano ammessi al fronte, in Inghilterra il ministro della guerra ha decretato che i giornalisti ritrovati sul campo sarebbero stati arrestati e privati del passaporto. Alcuni giornalisti come Philipp Gibbs hanno violato la proibizione, finendo più volte in cella. A questo atteggiamento totalmente ostile nei confronti dei reporter, segue poi una svolta da parte governo britannico, che ha cominciato a riconsiderare la loro figura: se addomesticati, infatti, i loro resoconti sarebbero stati efficaci strumenti propagandistici. Nasce così il “giornalismo da castello”, in cui i corrispondenti non erano direttamente presenti nel conflitto ma lo hanno raccontato in luoghi separati dalle operazioni belliche. Così le informazioni raccolte erano in prevalenza quelle che i militari decidevano di far filtrare. (De Angelis 2014: 20). La fotografia è stata in questo contesto un importante supporto visivo alle notizie presentate al grande pubblico mediante la stampa quotidiana e periodica. Già ad inizio Novecento il genere fotografico assume un ruolo rilevante nelle ricerche avanguardistiche, come ad esempio quella futurista. Molto rare erano le rappresentazioni dei cadaveri e di scene raccapriccianti, mentre spesso venivano raccontate scene quotidiane e statiche che restituivano una sorta di normalità della guerra. Fotografie ricorrenti erano ad esempio quelle che ritraevano “il barbiere in trincea” o scene di assistenza sanitaria in ospedali militari. Kitchener, l’allora ministro della guerra britannico, ha incaricato alcuni ufficiali di procurare delle “testimonianze oculari” destinate a ritrarre episodi di spionaggio e le condizioni atmosferiche della terra di mezzo. È in questo contesto che nasce il vero e proprio reportage di guerra, che raggiungerà il culmine della sua importanza durante la Seconda Guerra Mondiale. Kertész – fotografo della Prima e della Seconda guerra mondiale- è stato una figura emblematica del giornalismo di guerra.



Arruolatosi nell’esercito austro-ungarico, ha ritratto nelle sue fotografie scene compassionevoli che non sempre ritraevano orrori e catastrofi. Ad esempio, questo famoso scatto si intitola The Tender Touch - “il tenero tocco” - scattato in Polonia nell’agosto del 1915. Kertész - ritraendo un gesto di umana tenerezza ed affettuosità - restituisce l’armonia che la ferocità della guerra aveva dimenticato. Il materiale analizzato in questo articolo tenta di mostrare come – in base al contesto storico e alle innovazioni tecnologiche- l’attività propagandistica sia legata a doppio filo al modo in cui si evolve il pensiero dell’opinione pubblica. La Prima guerra mondiale diventa così centrale in questo rapporto bilaterale, perché si connota come il primo vero momento in cui la propaganda diventa uno strumento capace di incidere sulle sorti del conflitto.








Bibliografia:

-Banti, A. M. (2005). Corpi e confini nell'immaginario nazional-patriottico ottocentesco, 199-218.

- Bodnar, J. (1992). Remaking America: Public Memory. Commemoration, and Patriotism in the Twentieth Century. Princeton University Press.

-Castronovo, V. (2012). MilleDuemila. Un mondo al plurale (Vol. 3). La Nuova Italia.

-De Angelis, E. (2007). Guerra e mass media. Carocci.

-Dei, F. (2020). Antropologia culturale. Il Mulino.

-Hobsbawm, E. J. (2000). Il secolo breve. Bur.

-Maier, C. (1993). A Surfeit of Memory? Reflections on History, Melancholy and Denial, in “History and Memory”.

-Mosse, G. L. (1990). Le due guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti. Laterza.

Copyright foto: foto copertina: The Guardian foto testo 1: The British Library foto testo 2: The New York Tribune foto testo 3: André Kertész - The tender touch, Bilinski, Poland, Aug.1915

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