• Koinè Journal

"Quest'altro mondo possibile". Processo a Mimmo Lucano


di Annachiara Ruzzetta. Nel 2016 Domenico Lucano era al quarantesimo posto nella classifica dei 50 leader più influenti del mondo della rivista americana Fortune. Per decenni l'emigrazione ha prosciugato la vita di Riace, paese di 1.600 abitanti della costa calabrese. Quando un gruppo di profughi curdi ha raggiunto le sue coste nel 1998, Lucano, allora insegnante, ha visto un'opportunità. Ha offerto loro gli appartamenti abbandonati e spopolati di Riace, insieme alla formazione professionale. Nel corso degli anni Lucano è stato acclamato per aver salvato la città dallo spopolamento, e per aver ospitato in tutto più di 6.000 richiedenti asilo. Sebbene la sua posizione pro-rifugiati gli abbia messo contro la ’ndrangheta e alcuni partiti di destra, il modello di Lucano è stato oggetto di studio come caso esemplare del culmine della ‘crisi’ dei rifugiati in Europa. Lo scorso 30 settembre, però, il tribunale di Locri ha condannato in primo grado l’ex sindaco di Riace a 13 anni e due mesi di carcere per ben ventidue capi di imputazione che vanno dalla truffa aggravata al peculato, concussione, favoreggiamento personale, malversazione ai danni dello Stato, falsità ideologica e abuso d’ufficio.


Ma cosa ha portato il modello sociale nato in questo piccolo borgo, simbolo di accoglienza e di integrazione funzionante per i migranti giunti in Italia, ad essere criminalizzato, e poi definitivamente smantellato?


Per comprenderne le ragioni, occorre compiere un passo indietro.

“Prego, trasite”: il modello Riace La rinascita di Riace inizia nel 1998, quando al largo della costa si affaccia un

barcone con 300 migranti curdi provenienti dal’Iraq. Si tratta di una delle prime ‘carrette del mare’ che, dagli anni Novanta, attraversano il Mediterraneo cariche di persone provenienti dall’Europa dell’Est, dal Nord Africa o dal Medio Oriente in cerca di un futuro in Europa. Prima d’allora, la presenza di immigrati in Italia si percepisce per lo più attraverso i venditori ambulanti sulle spiagge, o nei quartieri delle grandi città dove si aggregano le prime comunità straniere. Non vi è ancora una presenza diffusa di migranti sul territorio, e per un paese del Sud contadino, conosciuto dal turismo per il ritrovamento dei famosi Bronzi negli anni Settanta, l’arrivo di popolazioni d’oltremare rappresenta un evento storico ed estraniante. Terra d’emigranti, Riace aveva visto diminuire la sua popolazione dai 4.000 abitanti degli anni Quaranta ai 900 degli anni Novanta; come nei centri limitrofi, stava per chiudere anche l’ultima scuola, preludio all’inesorabile svuotamento dell’intero Comune. Perciò il nuovo inizio di Riace ha una data precisa: il primo luglio del ’98, quando si spiaggia una nave con 300 curdi iracheni e turchi. È da quel momento che a Riace si comincia a praticare una solidarietà militante (1).


Quel giorno Domenico Lucano, allora professore di chimica all’istituto tecnico di

Roccella Jonica, mosso dall’intento di rendersi utile, propone di ospitare i migranti nelle case sfitte, accogliendone un gruppo in casa propria; capisce, contemporaneamente, che l’arrivo degli immigrati è un’opportunità da cogliere per ridare vita al paese. L’esperienza di Riace nasce in realtà sulla scia di un progetto pilota che il vicino Comune di Badolato ha intrapreso l’anno precedente, quando, il 26 dicembre 1997, sbarcano alcune centinaia di curdi sulle sue spiagge. I giornali, il Viminale, la stampa locale gridano all’invasione. Ma il Comune capisce che i profughi curdi possono far rinascere quel piccolo borgo del 1600 che nella parte alta conta ormai poco più di 40 famiglie, perlopiù costituite da anziani. Ma improvvisamente si scopre che la banca in cui erano stati stanziati i fondi è in mano alla ’ndrangheta - verrà chiusa due anni dopo (2). Il progetto di Badolato fallisce. Pur avendo goduto di una grande visibilità sui media, e pur avendo affascinato e attivato il mondo dell’economia solidale, Badolato non prosegue il percorso intrapreso perché manca un gruppo locale capace di far capire la valenza del progetto di rinascita di un borgo storico attraverso un contributo inedito: quello dei migranti.

È in questo momento che Riace rappresenta una svolta. Domenico Lucano propone non solo di ospitare i profughi nelle case abbandonate, ma guarda al futuro del suo paese e lo vede aperto al mondo, immagina un territorio che si riappropri della sua storia includendovene altre, portate da chi arriva da lontano. Un progetto in cui l’accoglienza non è disgiunta dalla ricerca di una traiettoria nuova di sviluppo del borgo, e dove lo sviluppo non può che misurarsi con l’accoglienza.


Nell’estate del 1999 fonda l’associazione “Città futura”, dedicata a don Giuseppe Puglisi, il prete Palermitano ucciso dalla mafia nel 1993. Tramite questa associazione, Lucano progetta l’apertura delle case e il recupero degli antichi mestieri, per attivare la memoria storica di quei luoghi sempre più abbandonati. Iniziano così vari progetti: da quello sulla tessitura, finalizzato a ridare linfa all’artigianato locale, alla ristrutturazione delle case abbandonate. Vengono contattati i proprietari delle case sfitte, partendo da coloro che, trovandosi oltreoceano, difficilmente torneranno. A loro viene proposto un contratto di locazione con un affitto simbolico, un euro al giorno, e le case vengono aperte, risistemate e messe a disposizione: una parte per i turisti, una parte per gli immigrati. Nel frattempo, Riace inizia a suscitare l’attenzione di organizzazioni internazionali come l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che invita l’associazione Città Futura a partecipare al primo progetto del Ministero degli Interni in tema di immigrazione. Grazie alla validità del modello di accoglienza e al successo che già stava mostrando nelle sue prime fasi, il Comune partecipa al bando e il progetto viene accettato: Riace, nel 2001, è uno dei primi sessantatré Comuni ad aderire al Piano Nazionale d’Asilo (PNA), che conferisce ufficialmente un programma di finanziamento. Nel 2004, Lucano viene eletto sindaco e il progetto entra a far parte del Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), creato nel 2001, che prevede una gestione diretta degli enti locali dell’accoglienza di richiedenti asilo, e precisi standard da rispettare sia per quanto riguarda gli alloggi, sia i servizi forniti. In qualità di centro di seconda accoglienza, il Comune di Riace riceve 35 euro al giorno per ogni persona accolta: con questi fondi vengono ristrutturate nuove abitazioni, a ogni migrante viene assegnato un alloggio, vengono impartiti corsi di italiano e fornita assistenza di ogni tipo (3). Ma non solo. La gestione dei servizi pubblici è un tema cruciale per ogni amministrazione; specialmente per le piccole realtà come Riace. Domenico Lucano avvia alcuni esperimenti finalizzati all’inclusione, per una gestione dei servizi che apporti benefici sia ai cittadini Riacesi, sia ai nuovi arrivati.

Dal laboratorio del vetro e del rame, dove Eritrei e Italiani lavorano fianco a fianco, a quelli del legno, della ceramica e della lana. Altri migranti sfruttano la conoscenza della lingua per fare da traduttori e mediatori culturali, mentre anche la manutenzione delle strade, delle aree verdi e la gestione dei rifiuti porta a porta è in mano a un team multietnico. In Italia, molte iniziative di questo tipo mascherano forme di quotidiano sfruttamento, chiedendo agli immigrati un lavoro “volontario” o mal retribuito; a Riace invece il lavoro è tale a tutti gli effetti, e stipendiato. A tal proposito, sono stati creati due strumenti finanziari ad hoc, attraverso cui superare l’approccio meramente assistenzialista dell’accoglienza dei rifugiati. Le “borse lavoro” costituiscono una paga fissa versata dall’amministrazione comunale alle cooperative, che a loro volta, la girano alle persone impiegate nelle botteghe da loro gestite, sotto forma di salario. I “bonus” sono invece una sorta di coupon spendibili sul territorio comunale, una forma di valuta locale volta a dar potere di acquisto agli immigrati e allo stesso tempo stimolare i consumi, e perciò, l’economia locale.



È così che si è passati in breve tempo da un contesto in cui le scuole rischiavano di chiudere, a uno in cui il flusso di studenti torna a crescere. Da un deserto economico, soggetto alla speculazione di gruppi malavitosi, dove l’artigianato locale stava scomparendo, a un centro lavorativo sempre più dinamico e legale. Da una terra desolata e caratterizzata da case vuote, al ripopolamento di interi isolati. Perciò dall’istituzione del “modello Riace” nel 2004, fino alla sua sospensione definitiva nel 2018, il sistema ha funzionato proprio perché l’inclusione dei nuovi abitanti nel borgo storico si è innestata sul recupero attivo - e non passivo - di una tradizione che, acquisendo consapevolezza del suo passato, simultaneamente si rinnova (4), e si mischia con altre realtà.


Allora, dato il successo di questo modello, che ha visto lo stesso Lucano diventare il primo Italiano ad esser inserito nel 2016 dalla rivista Fortune tra i 50 leader più influenti del mondo, a ricevere nel 2017 il premio Dresda per la pace, e che ha portato il regista Wim Wenders nel 2009 a girare un documentario sulla realtà di questo paese da lui definito “utopico” - cosa è andato storto?

Un processo politico

La storia giudiziaria di Riace inizia nel 2014. È bene ricordare la strage del 3 ottobre 2013, avvenuta al largo delle coste di Lampedusa, in cui perdono la vita almeno 368 migranti. Quel momento rappresenta uno spartiacque. Da quella data in poi, l’Italia si consacra come principale porto di arrivo di rifugiati provenienti principalmente dalla Siria e dal nord Africa, e soprattutto, il tema dell’immigrazione torna, più forte che mai, sul tavolo del dibattito pubblico e politico. Riace, esempio oramai radicato di accoglienza virtuosa, inizia ad accogliere sempre più migranti, e con essi, si intensificano anche i controlli amministrativi. Nel 2016 viene nominato prefetto di Reggio Calabria tal Michele di Bari. Fino a quel momento, il borgo aveva avuto rapporti molto stretti con la prefettura, dato che si era sempre mostrato disponibile ad accogliere i migranti che arrivavano. Vi era un filo diretto tra istituzione e seconda accoglienza. Improvvisamente, con questa sostituzione al vertice, tutto cambia. La notorietà di Riace acquisita in quel periodo, attira l’attenzione. Iniziano le ispezioni della guardia di Finanza, e dei funzionari prefettizi. Tra la fine del 2016 ed i primi mesi del 2017, quando al governo c’era il centro-sinistra con Marco Minniti (PD) ministro degli Interni (esattamente lo stesso periodo nel quale partiva una offensiva mortale nei confronti delle ONG impegnate nei soccorsi nel Mediterraneo centrale), vengono rilasciate quattro relazioni: due contrarie e due a favore. Nelle prime due Lucano viene infatti accusato di un primo nucleo di irregolarità amministrative: dagli affidamenti di alcuni servizi, come quello dei rifiuti, senza gara, a rendicontazioni dei fondi SPRAR poco convincenti, che secondo il pm Michele Permunian, sarebbero avanzati e poi utilizzati a scopi personali. La contestazione più grave: un rapporto di tipo ‘clientelare’ nella scelta delle associazioni che lavoravano per i migranti. Nel 2020 però, Salvatore del Giglio, uno degli ispettori SPRAR della Prefettura di Reggio Calabria, che nel 2019 ha testimoniato al processo di Locri contro Mimmo Lucano, è stato indagato per gli stessi addebiti che muoveva all’ex sindaco di Riace nella sua relazione del 2016: falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici.


Invece, una delle relazioni a favore, dove si descrive il modello di accoglienza di Riace in toni molto lontani dall’arido ed astruso linguaggio dei burocrati ministeriali, sparisce. I legali di Lucano, dopo ripetute richieste, aspetteranno un anno prima di poterla leggere per intero. Il vice prefetto, Francesco Campolo, che l’aveva redatta, viene trasferito ad altro incarico. La prefettura diventa un luogo ostile. Intanto la macchina della “giustizia” va avanti, e Lucano viene ufficialmente iscritto nel registro degli indagati. Siamo nel 2018: vengono bloccati i finanziamenti da parte dello Stato, e Matteo Salvini (Lega), divenuto ministro degli Interni, da subito dichiara “guerra” a Domenico Lucano, e in generale, porta avanti una politica sempre più criminalizzante nei confronti delle norme di accoglienza dei richiedenti asilo, della cittadinanza, e delle organizzazioni umanitarie - poi concretizzata nell’attuazione legislativa dei “Decreti Sicurezza”. Riace nel frattempo senza finanziamenti arranca. Il 2 ottobre 2018, Lucano viene arrestato e messo ai domiciliari, poi successivamente esiliato a Caulonia. Le famiglie di migranti, oramai radicate a Riace da anni, vengono allontanate, e il paese si svuota. Becky Moses, una ragazza nigeriana di ventisei anni che precedentemente era stata accolta a Riace, con la fine del modello di accoglienza, si rifugia nel ghetto di San Ferdinando-Rosarno, e dopo poco, muore arsa viva. Tutto si ferma. Ma la “giustizia” fa il suo corso e viene istruito il processo a seguito dell’indagine Xenia a Domenico Lucano e ad altre ventisei persone, suoi collaboratori, con capi d’imputazione gravissimi: associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo la sentenza della Corte di Cassazione del febbraio 2019, che gli annullava il divieto di soggiorno a Riace, non ricorrevano indizi di “comportamenti” fraudolenti che Domenico Lucano avrebbe “materialmente posto in essere” per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative.


Il 30 settembre 2021, però, dopo quasi due anni di dibattimento tra il Pubblico Ministero e la Difesa, arriva la sentenza dalla procura di Locri. Una sentenza, pesantissima, che raddoppia le richieste dell’accusa, inizialmente fissate a 7 anni e 11 mesi per il reato continuato di concussione, e che non tiene conto di quanto osservato dalla Cassazione nel 2019. A differenza dei pm, il giudice di Locri Fulvio Accurso non ha riconosciuto un solo disegno criminoso, bensì due, raddoppiando così le pene base e aumentando di conseguenza l’entità della condanna. Il reato di peculato comporta 800 mila euro di multa e 10 anni e 4 mesi di carcere. A questi vanno aggiunti altri 2 anni e 10 mesi per il secondo gruppo di reati, che comprende tre diverse condotte di truffa aggravata, abuso d’ufficio e falso in certificato - per aver rilasciato una carta d’identità a una cittadina nigeriana che non era residente a Riace. Il totale: 13 anni e 2 mesi, oltre al risarcimento allo stato di 500 mila euro per i finanziamenti ricevuti dal governo e dall’Unione Europea.



Le motivazioni della sentenza saranno pubblicate fra tre mesi, tuttavia la durezza della pena e alcune anomalie del processo hanno suscitato molte critiche sia nell’opinione pubblica sia tra i giudici e la politica, aprendo una discussione circa il conflitto tra tecnicismi giuridici e ideali.


Due elementi sono chiari: il modello Riace e il suo ex-sindaco sono stati sottoposti in questi anni ad un accanimento politico e mediatico, che ha distolto l’attenzione dal vero problema, vale a dire la totale mancanza di volontà (dato che Riace ha dimostrato che si tratta proprio di questo) da parte delle istituzioni, di creare un sistema di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo che non sia solo ed esclusivamente emergenziale - come è allo stato attuale. Per quanto riguarda l’aspetto giuridico, questo processo rispecchia l’inadeguatezza di determinate norme giudiziarie che considerano una condanna per strage aggravata e tentato omicidio preterintenzionale, come il processo a carico di Luca Traini a Macerata, alla pari dei capi di accusa attribuiti a Lucano. La criminalizzazione della solidarietà


Il contesto socio-politico in cui il modello Riace è nato, si è sviluppato, e, infine, si è estinto, rappresenta il graduale inasprirsi di discorsi securitari e criminalizzanti in tema di migrazione. Per quanto riguarda la regolamentazione delle migrazioni, l’Italia è sempre stata molto indietro. La prima vera legge sulla migrazione arriva solamente nel 1998, la cosiddetta legge Turco-Napolitano, e fino ad allora non si sono mai avute, o sviluppate, delle infrastrutture pronte ad accogliere richiedenti asilo, e così cominciare ad integrarli nel tessuto sociale. Quindi il governo inizia a chiedere aiuto ai vari enti locali, che possono aderire in maniera volontaria. Da qui il sistema SPRAR. Lucano prende quei fondi europei e statali per far ripartire l’economia locale, ma lo fa con nuovo approccio: coinvolgendo direttamente la popolazione di immigrati precedentemente accolti, dando inizio così ad un percorso di recupero delle attività locali abbandonate da tempo. Il risultato è straordinario. Funziona, e si vede. Però l'Italia, un Paese che ha registrato massicci afflussi di nuovi arrivati ​​con più di 500,000 arrivi dal 2015 (5), è ancora culturalmente e legislativamente impreparata a reagire. Il clima di disagio socio-economico che il Paese ha vissuto negli ultimi anni ha contribuito ad accrescere la sfiducia già esistente nei confronti degli stranieri. Pertanto, questioni come l'immigrazione esasperano le posizioni populiste, creando paura e intolleranza tra la popolazione italiana, dipingendo gli immigrati come altri illegali che devono essere messi sotto controllo. Inoltre, nel Paese, questo fenomeno - che la Storia ci insegna essere antichissimo - è ancora considerato temporaneo, e ciò implica il ricorso a misure di integrazione emergenziali e spesso non del tutto funzionanti. Questo contesto di intolleranza ha messo in difficoltà il modello di integrazione di Riace. E la risposta, sia politica che giudiziaria, ad un modello di integrazione di successo è stata la sua completa chiusura.



In conclusione, la sentenza del Tribunale di Locri appare essere la criminalizzazione di un modello di accoglienza, per la prima volta, non ghettizzante, di un esperimento che ha voluto porsi esplicitamente come esempio di diversità, che ha dimostrato che la “crisi” dei rifugiati può essere gestita attraverso l’integrazione. E ciò è avvenuto in un territorio estremamente problematico, dove sono ben radicate le organizzazioni malavitose e dove gran parte dell’economia è basata sullo sfruttamento intensivo della manodopera, in assenza di un effettivo intervento dello Stato. In poche parole, la cattiva, o mancata, gestione del sistema di accoglienza produce vittime. Qualsiasi esse siano.


Riace ha dimostrato che “quest’altro mondo” - citando Luis Sepúlveda -, quello fatto di inclusione ed assenza di discriminazione, è effettivamente “possibile”. Ma a quanto pare, troppa solidarietà fa paura.


Bibliografia

(1) Ruotolo G. (2010), “Riace, dove l’integrazione è ora un sogno possibile”. http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201005articoli/54937girata.asp. La Stampa, 13 maggio 2010. (2) Sasso, C. (2018). Riace: Una Storia Italiana. Torino: Associazione Gruppo Abele ONLUS. (3) Pezzoni, N. (2016). Riace: la Rinascita di un Territorio. Milano: Planum Publisher. (4) Ricca M. (2010), Riace, il Futuro è Presente. Naturalizzare “il globale” tra Immigrazione e Sviluppo Interculturale. Bari: Dedalo ed. (5) (IOM) International Organisation for Migration. (2021). Flow Monitoring Europe. https://migration.iom.int/europe?type=arrivals. Images Copyright: (1) Rolling Stones / Fotosintesi Lab Project (2) Gianfranco Ferraro (3) Micromega / Valerio Nicolosi



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