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Strumenti della controcultura? La parabola dei "Fab Four"

Updated: Oct 6, 2021


di Davide Cocetti. Il 22 marzo 1963 usciva Please Please Me, il primo storico album dei Beatles. Si apriva così ufficialmente la straordinaria parabola del gruppo che più di tutti avrebbe rivoluzionato la storia della musica (e non solo). Da qui deve partire un’analisi che si proponga di comprendere la reale portata dell’impatto dei Fab Four sulla cultura e sulla società del Regno Unito e del mondo intero. Uno studio efficace su un fenomeno così dibattuto e controverso non permetterà certo di sciogliere i dubbi che attanagliano musicologi, sociologi e storici da mezzo secolo, ma può offrire un prisma interpretativo valido anche per altri contesti.


1. Tratteggiare i primi Beatles

Dalla rivisitazione dello skiffle e del rock n’roll, due “prodotti” statunitensi da poco giunti in Inghilterra, i Beatles trasformarono la loro musica in qualcosa di inedito. In un momento storico in cui le case discografiche spingevano fortemente sul modello “cantante frontman + gruppo di supporto”, i quattro giovani artisti si presentarono come una formazione i cui componenti si esprimevano su base paritaria, andando a costituire un nucleo omogeneo che poteva essere affiancato da altre voci e/o strumenti. Infine, i Beatles si dimostrarono rivoluzionari perché provenivano da Liverpool, e riuscirono ad affermarsi, nonostante ciò, in un contesto in cui Londra rappresentava il centro culturale predominante d’oltremanica.

Decisamente meno rivoluzionario fu l’orizzonte narrativo delle prime canzoni dei Beatles. Al contrario, se proprio si deve notare un mutamento nei testi, essi risultavano ulteriormente alleggeriti e semplificati rispetto allo standard delle pop songs britanniche. Raccontavano perlopiù semplici storie d’amore, spesso vissute da giovani, ambientate in un contesto sociale e locale non meglio definito. Proprio quest’ultimo elemento risulta essere l’elemento catchy della narrativa “Beatle”. L’indeterminatezza di tale immaginario permette a qualunque ascoltatore di collocarsi al suo interno e identificarvisi.


2. Attraversare l’oceano

Il successo dei Beatles si caratterizzò fin da subito per la sua travolgente pervasività. In meno di un anno la band conquistò l’attenzione di tutto il territorio britannico. L’obiettivo della EMI, etichetta discografica che gestiva, indirettamente, per mezzo della Parlophone, i Beatles, si fece ancor più ambizioso: conquistare il mercato statunitense. La distribuzione negli USA fu affidata alla Capitol Records, che investì migliaia di dollari nella promozione del nuovo singolo del gruppo, I Want to Hold Your Hand. Il brano venne pubblicato oltreoceano il 26 dicembre 1963 ed entrò fin da subito in heavy rotation su tutte le principali radio americane. Due settimane dopo, i dati parlavano già di un milione di copie vendute.

Si trattò di un’impresa storica: in un momento in cui l’egemonia culturale occidentale si trovava saldamente nelle mani statunitensi, un prodotto europeo si era imposto ai primissimi posti in tutte le classifiche musicali d’oltreoceano. L’Inghilterra trovava il suo riscatto, in anni difficili, che l’avevano vista perdere progressivamente il ruolo di potenza mondiale, e avevano visto anche il disgregarsi del suo stesso impero. L’hype creato intorno ai Beatles toccò il suo punto più alto con l’intervista al popolare Ed Sullivan Show, trasmessa il 9 febbraio 1964. Settantatré milioni di americani seguirono il programma, stabilendo un record per la storia della televisione fino a quel momento. Il successo della band di Liverpool rappresentò un vero e proprio cavallo di Troia attraverso cui, nei mesi successivi, l’industria discografica britannica riuscì a fare breccia nel mercato USA. Centinaia di musicisti dal Regno irruppero nella cultura di massa statunitense, dando vita alla cosiddetta British Invasion. Alcuni imitavano spudoratamente i Beatles. Altri, come i Kinks e i Rolling Stones, cercavano di distaccarsene il più possibile sia dal punto di vista musicale, sia da quello narrativo.


3. I Beatles e la politica

Se si volesse analizzare l’impatto dei primi Beatles sulla storia britannica e mondiale degli anni Sessanta, si potrebbe iniziare cercandone le tracce nei discorsi politici e nelle sedi di potere. Nel caso dei Beatles, non si rimarrebbe certo delusi: la band di Liverpool è stata menzionata molto spesso nel discorso pubblico. È necessario segnalare il lavoro di Marcus Collins in ambito britannico. Lo studioso ha raccolto e analizzato tutti i riferimenti ai Beatles nelle discussioni parlamentari tra il 1963 e il 1970, ovvero l’arco di tempo in cui il gruppo rimase unito e attivo. La prima conclusione che Collins trae è a suo modo sorprendente: i Beatles apparvero più frequentemente nei discorsi dei politici tra il ’63 e il ’65, ovvero negli anni in cui furono meno impegnati dal punto di vista politico e sociale. In secondo luogo, spesso la band veniva menzionata in chiave umoristica: paragonare qualcosa ai Beatles significava implicarne la leggerezza e il disimpegno. Si trattava di una chiave di lettura ambigua, che rendeva il paragone valido sia in positivo che in negativo: accostare una figura o una posizione ai Beatles poteva esaltarne la modernità o, al contrario, sottolinearne la poca serietà.

Ciò non significava certamente che la politica non prendesse sul serio i Beatles. Al contrario, le figure istituzionali britanniche dovettero relazionarsi con il successo della band e comprenderne l’impareggiabile forza comunicativa. Le elezioni generali in programma per l’ottobre del 1964 non fecero che rendere ancor più urgente tale esigenza. Diversi politici fecero di tutto per inserire il fenomeno culturale e sociale del momento all’interno del proprio arsenale retorico.

I conservatori potevano far valere un argomento molto forte: il governo del Regno Unito era nelle loro mani dal 1951, pertanto i Beatles erano nati e cresciuti musicalmente nel solco tracciato dal loro aratro. I discorsi degli esponenti tories insistettero molto su questo aspetto, elogiando il perfetto funzionamento del modello meritocratico britannico. La vicepresidente del partito Barbara Brooke incoraggiò i giovani a seguire l’esempio dei Beatles e “non stare seduti ad aspettare che qualcuno facesse per loro, ma andare e fare da soli” (Collins 2013: 93).

Dal canto suo, lo schieramento laburista poteva vantare un convincente appello al rinnovamento e alla modernità, di cui i Beatles sembravano l’espressione più vivace e trionfale. In quest’ottica devono essere considerati gli sforzi di Harold Wilson, leader del Labour Party, affinché la Royal House concedesse ai giovani artisti l’onorificenza di MBE, Member of the Most Excellent Order of the British Empire. Lo stesso Wilson, in piena campagna elettorale, non mancò di scattare una foto ricordo con la band, stigmatizzando duramente chi voleva “coinvolgere gli amici Beatles nella lotta politica” (Collins 2013: 94).

Non mancavano di certo le critiche. Anche esse provenivano indistintamente dall’uno o dall’altro schieramento. Alcuni laburisti ribaltavano radicalmente le posizioni dei conservatori: come poteva essere meritocratico un sistema in cui un gruppo musicale così misero dal punto di vista artistico e culturale era in grado di raggiungere un simile successo? Per contro, Sir Charles Taylor e Sir Knox Cunningham, entrambi appartenenti ai Tories, espressero perplessità riguardo allo status di superstar concesso ai Beatles; una condizione che, dal loro punto di vista, comportava privilegi sociali vergognosi e inaccettabili.

La difformità di critiche e di elogi espressi a partire dai più svariati presupposti mette in evidenza come nemmeno all’interno del mondo politico sia stato possibile dare un’interpretazione univoca del fenomeno Beatles. Ciascuna delle parti in causa, partito, corrente o singolo esponente che fosse, rileggeva quell’esperienza sulla base del proprio interesse, del proprio vissuto e delle proprie idee. Ciò che valeva per tutti era il fatto che i Fab Four non potessero più essere ignorati.


4. I fan e la Beatlemania

Una delle conseguenze più tangibili del fulminante successo dei Beatles fu senza dubbio l’esplosione della Beatlemania, ovvero una sorta di culto incondizionato della band e dei suoi membri. Tale fenomeno risultò evidente tanto nel Regno Unito quanto negli USA, e interessò principalmente il mondo adolescenziale. Ciò non significa che i Beatles non fossero capaci di esercitare un certo fascino anche nel pubblico adulto, ma che fossero principalmente i più giovani ad aderire più attivamente alla celebrazione dei loro beniamini. I ragazzi imitavano il look eccentrico e le movenze di Lennon e soci, ma era il comportamento delle loro coetanee ad attirare l’attenzione (e a destare preoccupazioni) nell’opinione pubblica. La Beatlemania declinata al femminile si tradusse spesso in orde di ragazzine pronte a balzare, piangere, cantare e strillare in maniera assordante, lasciando andare tutto il loro entusiasmo.

Alcuni sociologi hanno tentato di elaborare una spiegazione a queste manifestazioni esplosive. Si trattava essenzialmente di riti liberatori di massa, attraverso i quali le adolescenti potevano dare libero sfogo alla propria identità e sessualità, senza curarsi dei condizionamenti maschili. I concerti dei Beatles si prestavano particolarmente bene a questo scopo. I quattro artisti sul palco sfoggiavano, tanto nell’immagine quanto nei testi delle loro canzoni, una sessualità spensierata, che non si prendesse sul serio e connotata da un certo grado di reciprocità (quindi non univocamente maschile). L’intimità di un concerto, ovvero uno spazio condiviso solo dai musicisti e dai fan, si contrapponeva idealmente al contesto pubblico, in cui le giovani erano obbligate a mantenere un certo contegno.

È necessario ricordare che nei primi anni Sessanta il conformismo e il moralismo regnavano ancora sovrani, nonostante stesse iniziando a emergere una certa insofferenza nei loro confronti. L’orizzonte culturale dell’epoca continuava a vedere il matrimonio come il massimo compimento della vita di una donna; vita che doveva articolarsi pressoché interamente in ambito casalingo. Gli stessi movimenti per i diritti civili e per la pace, per quanto rivoluzionari, rimanevano ancora profondamente connotati in termini di genere. Né i Beatles volevano discostarsi da questo immaginario: le loro canzoni si limitavano a elidere quanto sarebbe accaduto “dopo” la fase della spensieratezza, ovvero tutto quello scenario di doveri coniugali e di autorità patriarcale imposta dal matrimonio. La maggior parte delle teenagers ai concerti non chiedeva nulla di più di questa momentanea evasione; i movimenti femministi, per quanto in significativa crescita, rimanevano ancora marginali nel mondo giovanile.


5. La grande assenza

Se alcune giovani fans videro nei Beatles la possibilità di fantasticare in un ristretto spazio di giocosa libertà sessuale, molti ascoltatori della band si spinsero addirittura oltre. Gli anni Sessanta videro il protagonismo assoluto di associazioni e organizzazioni giovanili/studentesche. Questi movimenti avevano bisogno di eroi da portare avanti come bandiere. I Beatles apparivano un soggetto particolarmente interessante in tal senso, anche perché, come nota Kenneth Campbell, la loro assoluta popolarità poteva fungere da collante per un mondo giovanile spaccato in numerose organizzazioni.

Probabilmente Thomas Mann aveva ragione quando scrisse che l’apoliticità non esiste. Di fronte alle incalzanti pressioni dei fan e soprattutto al mutare delle convinzioni dei singoli componenti, anche i Beatles vissero un parziale riorientamento verso posizioni più socialmente impegnate nella seconda metà degli anni Sessanta. Tuttavia, non divennero mai quei modelli di anticonformismo tanto voluti dai movimenti studenteschi.

A Woodstock, i Beatles non parteciparono né come singoli, né tantomeno come gruppo, nonostante fossero stati invitati. Eppure, come afferma Kenneth Campbell, il loro spirito era presente su quel palco. Lo era perché diversi musicisti che si esibirono erano nati e cresciuti artisticamente sotto il segno dei Beatles, così come la stragrande maggioranza del pubblico. Covers come quella di With a Little Help from My Friends, proposta da Joe Cocker, furono lo strumento espressivo attraverso cui i giovani cercarono di adattare alle proprie esigenze comunicative la musica dei loro idoli. I quali, per contro, non avevano alcun interesse nel divenire i riferimenti dei movimenti giovanili e preferirono mantenersi su posizioni più ambigue. Il sostegno dei Beatles alla “rivoluzione” rimase sempre parziale e molto moderato.


È necessario tenere a mente che l’insieme delle posizioni analizzate in questo articolo rappresenta solo una minima parte del totale di interpretazioni formulate riguardo al “fenomeno Beatles”. Pur volendo mantenere il focus ristretto all’ambito angloamericano, non valutando la Beatlemania nella sua portata mondiale, sono rimaste escluse dalla trattazione numerose posizioni emerse in diversi contesti sociali, politici e culturali. Tuttavia, questo articolo non ha la pretesa di esaurire tutta la galassia espressiva nata intorno ai Beatles. Non basterebbe un libro per esaudire un simile proposito. L’obiettivo è invece quello di invitare chi legge a riflettere sulla varietà di soluzioni interpretative che possono riguardare un singolo evento, apparentemente univoco e circoscritto, come il vertiginoso successo dei Beatles nella prima metà degli anni Sessanta. Rielaborare in tal senso ogni sviluppo storico, politico e sociale può aiutare a comprenderne meglio la reale portata.



Banti, A.M. (2017). Wonderland, La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd. Bari, Laterza.

Campbell, K.L. (2020). The Beatles at Woodstock. Popular Music and Society, 43:2.

Collins M. (2013). ‘The Age of the Beatles’: Parliament and Popular Music in the 1960s. Contemporary British History, 27:1.

Heilbronner O. (2008). The Peculiarities of the Beatles. Cultural and Social History, 5:1.

Inglis I. (2010). “I Read the News Today, Oh Boy”: The British Press and the Beatles. Popular Music and Society, 33:4.

Inglis, I. (2000). “The Beatles are coming!” Conjecture and conviction in the myth of Kennedy, America, and the Beatles. Popular Music & Society, 24:2.

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