USA vs Cina. La guerra per TikTok.
- Koinè Journal

- Oct 13
- 6 min read

di Stefano Ambrosino.
Nelle ultime settimane TikTok è tornata al centro del dibattito politico statunitense. Dopo anni di tensioni e minacce di divieto, l’app cinese è stata “salvata” da un accordo firmato dal presidente Donald Trump, che prevede la creazione di una nuova società americana per gestire il mercato statunitense della piattaforma. A guidarla sarà un gruppo di investitori vicini all’area conservatrice, in quello che molti osservatori leggono come un compromesso tra interessi economici, propaganda politica e sicurezza nazionale. Ma come si è arrivati fin qui?
Tra libertà di espressione e sicurezza nazionale: la lunga controversia America vs. TikTok
Negli ultimi anni, negli Stati Uniti come nel resto dell’occidente, si è imposto con forza crescente nel dibattito pubblico e politico il tema del conflitto tra libertà di espressione e sicurezza nazionale. Negli USA, questo scontro ha trovato la sua massima espressione nel "caso TikTok", simbolo di una nuova forma di tensione geopolitica digitale. Le autorità statunitensi hanno a lungo accusato TikTok (di proprietà della società cinese ByteDance) di essere veicolo di ingerenza politico-culturale straniera. Per Washington, il problema non è solo la nazionalità dell’azienda, ma ciò che questa implica: la possibilità che il governo cinese acceda ai dati di milioni di cittadini americani e che, attraverso un sofisticato algoritmo di raccomandazione, possa influenzare la percezione della realtà e l’opinione pubblica dei cittadini statunitensi. Le leggi cinesi obbligano infatti le aziende a collaborare con le autorità e, se richiesto, a consegnare le informazioni in loro possesso. Ciò significa che ByteDance, almeno in linea teorica, non potrebbe rifiutarsi di fornire al governo di Pechino i dati raccolti dagli utenti americani. Ma è sull’algoritmo che si concentra la maggiore inquietudine di Washington: una tecnologia capace di determinare cosa vedono gli utenti, in quale ordine e con quale frequenza. In altre parole, un motore di formazione dell’opinione pubblica.
In un Paese dove un americano su cinque dichiara di informarsi regolarmente su TikTok, il rischio di una manipolazione mirata — anche minima — assume una portata politica enorme. Le memorie del caso Cambridge Analytica, quando milioni di profili Facebook furono sfruttati per orientare le scelte elettorali, o delle interferenze russe nelle elezioni del 2016, restano vive, e molti legislatori temono che TikTok possa rappresentare un rischio analogo, amplificato da una tecnologia ancora più sofisticata.
Al tempo stesso, va evidenziato come anche la politica statunitense stia usando sempre più i social come canale di comunicazione per raggiungere fette di elettorato difficilmente raggiungibili, adattando il proprio linguaggio per trasmettere e veicolare messaggi culturalmente e linguisticamente aderenti anche a delle minoranze altrimenti irraggiungibili. Il pubblico di TikTok è giovane e spesso disaffezionato verso i media tradizionali, ma estremamente reattivo a contenuti brevi, semplici, accessibili. In sostanza, TikTok è diventata una piattaforma fondamentale nelle campagne elettorali, essendo un canale capace di veicolare e determinare la percezione di un candidato molto più velocemente ed efficacemente rispetto, ad esempio, ai tradizionali spot televisivi. In questo senso, l’app rappresenta una contraddizione: una minaccia percepita alla sicurezza nazionale e, allo stesso tempo, un mezzo indispensabile di comunicazione politica.
La disputa tra Washington e TikTok si trascina ormai da anni. Già durante la prima amministrazione Trump (che ai tempi era dichiaratamente ostile alla piattaforma) si era tentato di vietare l’app, ma senza successo. Solo nel 2023, con l’amministrazione Biden, arrivò il primo grande divieto: infatti, vietò ai 4 milioni di dipendenti delle agenzie federali americane di installare TikTok sui propri telefoni di lavoro, per evitare che il governo cinese potesse impossessarsi dei loro dati sensibili. Questa decisione fu condivisa sia dall’Unione Europea che da diversi Paesi, come Regno Unito e Canada.
Il passaggio decisivo avvenne nell’aprile 2024, periodo in cui il Congresso, con ampio sostegno bipartisan, approvava il Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act (PAFACA), ovvero una legge in cui il Governo obbliga ByteDance a vendere TikTok a un acquirente approvato dagli Stati Uniti, pena il ban della piattaforma nell’intero Paese. In particolare, la norma stabilisce due punti centrali: il primo, di natura proprietaria, riguarda la cessione delle quote di ByteDance entro 270 giorni (con possibile proroga di 90 giorni a discrezione del Presidente); il secondo punto, prevede la separazione operativa da qualsiasi entità cinese, in particolare per quanto riguarda l’algoritmo di raccomandazione, considerato il cuore della questione. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha prorogato la scadenza più volte, segno di un cambio di atteggiamento verso la piattaforma, divenuta nel frattempo un elemento chiave della sua strategia comunicativa. Il suo profilo ufficiale, infatti, ha raggiunto rapidamente milioni di follower, consolidando il ruolo di TikTok come strumento politico oltre che mediatico.
Il compromesso: una nuova governance americana
Con queste premesse si arriva dunque a settembre 2025. I negoziati sul futuro dell’app si inseriscono in un quadro più ampio di trattative commerciali tra Stati Uniti e Cina, con entrambi i Paesi interessati a disinnescare l’escalation sulle controversie commerciali in atto. Inoltre, con 170 milioni di utenti americani, da un lato TikTok è diventato troppo grande negli USA per essere bandito senza rischiare una grande reazione politica, dall’altro, ByteDance non ha nessuna intenzione di perdere un mercato così strategico.
Con la firma dell’ordine esecutivo, Trump ha imposto la trasformazione di TikTok in un’azienda a maggioranza americana. ByteDance controllerà meno del 20% della nuova società, cedendo il controllo ad un consorzio guidato da Oracle, Silver Lake e dal fondo emiratino MGX (la presenza di quest’ultimo punta a rafforzare i legami con Abu Dhabi e dare solidità finanziaria all’assetto). Va sottolineato che l’ordine esecutivo rappresenta un passo importante verso la vendita finale, ma l’accordo richiede ancora le approvazioni normative da parte di entrambi i Paesi. Infatti, tale intesa ha comportato un ulteriore rinvio, al 20 gennaio 2026, dell’applicazione della PAFACA per permettere di definire le modalità tecniche di trasferimento dell’algoritmo e della gestione dei dati.
Secondo le dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca, la nuova società controllerà completamente il codice sorgente e le funzioni di moderazione dei contenuti, mentre i dati degli utenti statunitensi saranno conservati su server cloud gestiti da Oracle, con supervisione governativa. Tuttavia, secondo alcuni analisti, il nodo cruciale (e finora opaco) è capire come l’accordo potrà soddisfare i requisiti “operativi” della PAFACA: non basta cambiare proprietà, occorre rompere qualunque “rapporto operativo” tra TikTok USA e qualsiasi entità controllata da un “avversario straniero”, inclusa la cooperazione sull’algoritmo.
A questo si aggiunge la questione economica: il valore di 14 miliardi di dollari fissato dall’ordine esecutivo è ben al di sotto delle stime di mercato, sollevando dubbi sulle concessioni eventualmente offerte a Pechino per ottenere il via libera. Infatti, finora la Cina ha mostrato scarso interesse ad accettare condizioni che limitino la propria capacità di influenza sulle sue aziende tecnologiche strategiche.
L’illusione della libertà digitale. Quando la piazza è di proprietà privata.
Ad ogni modo, anche qualora il controllo di TikTok dovesse effettivamente passare nelle mani statunitensi, la questione di fondo rimarrebbe aperta. La semplice acquisizione o licenza dell’algoritmo non basterebbe infatti a risolvere il nodo centrale: chi controlla la tecnologia che orienta l’esperienza informativa di milioni di persone?
Se da un lato l’intervento americano allontanerebbe la minaccia di un’ingerenza straniera nella vita quotidiana e nella formazione dell’opinione pubblica, dall’altro sposterebbe il potere decisionale su dati e contenuti verso un gruppo ristretto di investitori privati, perlopiù appartenenti a un ambiente politico ed economico vicino a quello del Presidente Trump. Si tratterebbe, in sostanza, di un cambio di sovranità, non di una reale democratizzazione della piattaforma.
In questo scenario, le preoccupazioni riguardano la persistente opacità nella gestione dell’algoritmo e, più in generale, la mancanza di strumenti di controllo pubblico su ciò che viene mostrato agli utenti. La capacità di selezionare, amplificare o marginalizzare contenuti resta infatti un potere significativo, con implicazioni dirette sulla formazione del consenso e sulla qualità del dibattito democratico.
Episodi recenti mostrano quanto questi rischi siano concreti. Nel corso dell’ultimo anno, diverse inchieste internazionali hanno documentato il tentativo da parte del governo israeliano di influenzare la narrazione del conflitto a Gaza attraverso campagne di comunicazione mirate sulle principali piattaforme social, e parallelamente le difficoltà di molti utenti nel diffondere contenuti percepiti come “pro-palestinesi”. Ad esempio, secondo Human Rights Watch, Meta avrebbe rimosso o limitato la visibilità di post e account legati alla causa palestinese, evidenziando come gli algoritmi di moderazione possano incidere direttamente sulla rappresentazione di eventi politici complessi.
Al tempo stesso, movimenti come la “Global Sumud Flotilla” hanno dimostrato la capacità dei social di diventare strumenti di mobilitazione e di informazione alternativa, pur scontrandosi con meccanismi di visibilità spesso poco trasparenti.
Rimane quindi aperta una domanda di fondo: se le piattaforme digitali rappresentano oggi una parte essenziale dello spazio pubblico e del dibattito politico, come si può garantire che queste “piazze virtuali” siano realmente libere, pluraliste e sottratte al controllo arbitrario dei loro proprietari?
Image Copyright: REUTERS









Comments