top of page
  • Writer's pictureKoinè Journal

"Chiudiamo le porte!" Derrida e la sfida dell'accoglienza


di Andrea Di Carlo.


Affermazioni come quella del titolo sono ormai frequenti nella dialettica politica e anche in conversazioni in famiglia o tra conoscenti. Ci sono troppi immigrati in Italia, secondo molti. Tuttavia, i rilievi di Eurostat confermano che questa opinione non è confortata dal dato statistico. Per il 2023, in Germania sono state presentate 217.700 domande di asilo e 137. 500 in Francia. Il Belpaese si ferma a 77.200.

 

Uno dei problemi più insormontabili per il mondo occidentale è indubbiamente quello dell’accoglienza. Non si parlerà di accoglienza in lussuosi e prestigiosi alberghi o di strutture vacanze a cinque stelle, bensì l’accoglienza dell’Altro per eccellenza, i migranti. La Germania del pacato Scholz non avrebbe paura (almeno apparentemente) ad accogliere, ma i numeri dell’estrema destra di AfD sono difficili da sostenere nell’ex Germania Est. Emmanuel Macron, costretto alla competizione elettorale con Le Pen in vista delle imminenti elezioni europee, è diventato più aggressivo e intransigente sul tema immigrazione. È in questa chiave che bisogna comprendere il motivo per cui un presidente di destra (più o meno moderata) abbia nominato un falco vicino a Sarkozy agli Interni, l’ex gollista Gérald Darmanin.

 

A onor del vero, tuttavia, bisogna dire che i suoi predecessori non si erano distinti per l’accoglienza e per affrontare la sfida migratoria. Un pensatore che ha affrontato il problema dell’ospitalità e dell’accoglienza con rigore accademico e umanità è Jacques Derrida (1930-2004). Assieme a Michel Foucault, Emmanuel Lévinas e Gilles Deleuze, Derrida è uno dei più importanti pensatori francesi del secolo breve, il quale ha reinterpretato la tradizione filosofica occidentale in modo polemico e per questo molto più interessante. Questo articolo potrebbe essere definito “woke” dalle forze di destra in tutto il mondo (o come direbbe qualche ministro di questo esecutivo “buonista”), ma la lezione derridiana sull’accoglienza e l’ospitalità è fondamentale in questo mondo interconnesso e (paradossalmente) sempre più chiuso.

 

Derrida e la decostruzione

Derrida nasce ad Algeri (allora colonia francese) ed è di origine ebraica per parte di madre. In Derrida convivono tre differenti tradizioni culturali: quella africana, israeliana e quella occidentale. Oltre alla complessa situazione famigliare, egli si incontra e scontra con uno dei più importanti (e controversi) pensatori del Novecento, Martin Heidegger. Ed è proprio da Heidegger e dalla Destruktion che Derrida approda alla decostruzione. Per Heidegger, la Destruktion (che sarebbe errato tradurre con “distruzione” in italiano ma con reinterpretazione) costituisce una rilettura di nozioni che si sarebbero fossilizzate nel tempo e che devono essere continuamente “aggiornate” per poter pienamente esistere nel mondo. Derrida attua un principio simile: la decostruzione derridiana non è un esercizio linguistico creativo, ma si tratta invece di un’opera di smontaggio e assemblaggio in grado di reinterpretare la sfera intellettuale dell’Occidente. Il pensatore francese definisce in modo originale (ma interessante) la natura del linguaggio. Non si tratta di un uso consapevole della lingua e delle sue sfumature, ma si tratta di un utilizzo “fallologocentrico”. Con questo aggettivo creativo e complesso allo stesso tempo, il filosofo franco-algerino indica che il linguaggio stesso deve essere decostruito (riletto, reinterpretato) perché è troppo legato al ruolo preminente dell’uomo. In altre parole, utilizziamo un codice linguistico a uso e consumo maschile. Nella sua vasta e articolata produzione filosofica, Derrida decostruisce e rilegge nozioni importantissime come l’amicizia, ma ha dedicato un corso alla questione dell’ospitalità, De l’hospitalité (tenuto tra il 1995 e il 1996).

 

Le complessità dell’ospitalità

Questa sezione, come annuncia il titolo, si occuperà della complessità dell’accoglienza. Non parleremo subito di quale sia il nesso tra Derrida e l’accoglienza, ma decostruiremo l’idea stessa di accoglienza. Il pensatore per poter affrontare in modo compiuto questa sfida inizia dall’antica Grecia. Lo xenos è lo straniero, l’ospite che va accolto e rispettato. La xenia racchiude l’accoglienza dell’ospite, il rispetto dell’ospite verso l’ospitante e un regalo che l’ospite deve dare al padrone di casa al momento della partenza. Ciò che è importante rilevare è che l’accoglienza è un diritto e un dovere. È in questa luce che vanno interpretate le parole del Vangelo. Gesù (Matteo 25: 35-36) afferma “perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Derrida, pur venendo da una tradizione religiosa diversa, svolge considerazioni simili. Egli sostiene l’esistenza di un diritto assoluto e incondizionato all’ospitalità (Derrida 2000: 53). L’ospitalità assoluta “esige che io apra la mia dimora e che la offra non soltanto allo straniero […]. ma all’altro assoluto, sconosciuto, anonimo, e che gli dia luogo, che lo lasci venire, che lo lasci arrivare aver luogo nel luogo che gli offro, senza chiedergli né reciprocità̀ (l'entrata in un patto) e neppure il suo nome”.

 

La teorizzazione derridiana si pone in contrasto con la xenia greca: l’ospitalità è sacra e non bisogna aspettarsi niente in cambio. Non è un dare e un avere, ma è un dare incondizionato senza alcun ritorno economico o alcun tipo di gratitudine. Il filosofo si pone in continuità (seppure in un modo e in un contesto diverso) con l’imperativo categorico kantiano. Il filosofo di Königsberg aveva dichiarato che le proprie azioni devono “trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo” (Kant 1995: 88). La sola differenza tra Derrida e Kant è che l’argomentazione del pensatore francese non è astratta, ma è invece ben radicata nella realtà dei fatti. Per Derrida è infatti necessario avere un quadro giuridico che disciplini le regole dell’ospitalità (quella che il pensatore francese chiama ospitalità condizionata). L’obbligo legale, tuttavia, non pone ostacoli all’ospitalità incondizionata. Non avremmo avuto Cutro, il protocollo Minniti con la Libia o i patti anti-immigrazione firmati da von der Leyen, Meloni e Rutte.

 

L’accoglienza e l’ospitalità oggi

Quando Derrida tenne il suo corso mai avrebbe potuto prevedere e mai si sarebbe aspettato la ritrosia nei confronti dell’accoglienza da parte del ricco mondo occidentale. Le politiche migratorie fallimentari dell’Unione europea, il tanto menzionato e mai attuato Piano Mattei per la Tunisia e l’immancabile razzismo per calcolo politico sono la prova che non esiste più l’accoglienza teorizzata da Derrida. Basti pensare alle varie forme di accoglienza dei migranti messe in atto dai governi italiani nell’ultimo decennio. Non si parla nemmeno di atti concreti, ma soltanto di acronimi: CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo) oppure CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione). Gli acronimi evidenziano il disinteresse delle istituzioni: non si parla di un sistema di accoglienza diffusa che svolga i propri compiti, ma si occupa soltanto di espellere o al massimo trattenere in vista di un’espulsione. Non si finge nemmeno più di avere qualche riguardo per la situazione dei migranti, ma si passa direttamente all’espulsione. La gestione dell’immigrazione è sempre una sfida, ma essa non deve essere trattata come un argomento da campagna elettorale.

 

Non è un problema solamente italiano. In nessun paese occidentale (specialmente i vari imperi coloniali e gli Stati Uniti) la classe dirigente si preoccupa della qualità della vita di coloro che vengono accolti. Basti pensare al muro tra Stati Uniti e Messico di trumpiana memoria e dal quale Biden non ha mai preso le distanze, anzi. L’altra questione dirimente è il modo con cui enti pubblici e gruppi criminali hanno tratto e continuano a trarre profitti dai ricchi appalti per la costruzione dei vari CIE e simili. L’allestimento dei centri per la presunta accoglienza e la sicura espulsione sono diventati una vera e propria attività da cui trarre lauti guadagni; la famigerata vicenda di Mafia Capitale e l’affermazione di Buzzi che si fanno soldi più sui migranti che con la droga è la prova che la speculazione sulla vita della povera gente è ormai una nuova forma di arricchimento.

 

Derrida stesso aveva coniato un neologismo per descrivere questa tensione tra rifiuto e accoglienza, cioè ostipitalità. Ci sarà sempre qualcuno che dirà no a priori all’ospitalità, ma è necessario capire invece di chiudere la porta. Per questo concludiamo dicendo che non c’è un modello valido universalmente con cui affrontare la questione migratoria: non ci si può limitare a proclami elettorali o sfruttare l’immigrazione come fonte di guadagno. Bisogna affrontare questa sfida in modo tale da garantire a tutti un posto in cui vivere e far sì che tutti riconoscano le difficoltà che esso comporta. Derrida ci ha dato una soluzione ben ragionata e attuabile. Bisogna vedere se, utilizzando un altro versetto evangelico, se tutti sono pronti a “passare dalla porta stretta”.

 

 

 

 

 

Bibliografia

-Derrida, Jacques (2000) Sull’ospitalità. Milano: Baldini+ Castoldi

-Kant, Immanuel (1995) Fondazione della metafisica dei costumi. Torino: UTET.  

 

 

 

 

 

 

 

 

Image Copyright: Ore12

97 views0 comments

Recent Posts

See All

コメント


bottom of page