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  • Writer's pictureKoinè Journal

Non furono "brava gente". Il falso mito della Wehrmacht pulita


di Nicola Gentile.


Ogni paese tende ad edificare costruzioni falsate rispetto al proprio passato per occultare o edulcorare momenti bui della propria storia. Questa tendenza alla distorsione storica ha spesso per   oggetto i momenti più delicati della storia di una nazione come le transizioni da guerra a pace o da dittatura a democrazia. Un periodo storico particolarmente fertile da cui si è tratto spunto per queste distorsioni è stata la Seconda Guerra Mondiale. La memoria di questo periodo, che lo storico britannico Tony Judt ha descritto come una “eredità maledetta”, ha avuto in ogni paese europeo un carattere diverso. Infatti, al netto di elementi comuni, quali la colpevolezza della Germania e l’esaltazione dei movimenti di resistenza, ogni paese ebbe modo di rimodellare e nascondere alcuni aspetti del conflitto. Molti paesi, come Ucraina, Ungheria o Croazia, dimenticarono volutamente il collaborazionismo di alcune frange della propria società e la commissione di crimini di guerra da parte delle proprie forze militari. Emblematico a questo proposito è il caso del battaglione Azov, unità militare di orientamento neonazista al servizio dell’esercito ucraino, o anche il forte richiamo presente nella politica croata degli anni ’90 (e anche in quella odierna per la verità) agli eroi” Ustaša. 

 

La memoria del Nazismo in Germania

Il caso della Germania è, per forza di cose, assai diverso. Si è soliti concepire la nazione tedesca come un paese talmente efficiente e preciso che, nemmeno su una questione tanto scivolosa come la rielaborazione memoriale del passato nazista, possa sbagliare un colpo. Secondo l’idea che ci siamo costruiti, la Germania avrebbe puntualmente eretto una memoria del secondo conflitto mondiale che avrebbe permesso una piena comprensione del fenomeno nazista e che, soprattutto, avrebbe fatto in modo che l’intero popolo tedesco si sia reso effettivamente conto degli orrori commessi dal nazismo e se ne sia assunta le colpe (Speccher 2022, 13).

 

Le modalità con cui la Germania affrontò il proprio passato nazista però furono assai più complesse di come si può pensare, ci vollero decenni affinchè la Germania compisse un percorso collettivo ed unitario di rielaborazione memoriale. Per tutta la Guerra Fredda è stato materialmente impossibile per il popolo tedesco adottare un’idea comune del passato nazista per via della divisione lungo la cortina di ferro tra Germania Est (DDR) e Germania Ovest (BRD). La prima scelse il socialismo sovietico come cura per scacciare i fantasmi nazisti, mentre la seconda puntò sull’introduzione del modello democratico e parlamentare occidentale. Tralasciando i dettagli di questo sdoppiamento della memoria tedesca tra il 1945 e il 1990, resta il fatto che i passi più significativi verso una riconciliazione memoriale unitaria furono compiuti soltanto all’indomani della riunificazione tedesca. È stato infatti attraverso gli sforzi compiuti dal 1990 in poi che si raggiunse un livello di consapevolezza diffusa rispetto ai crimini nazisti, non a caso a Berlino, a partire dai primi anni duemila, si sono moltiplicati i monumenti eretti in memoria delle vittime del nazismo.

 

La costruzione del mito

Una chiara dimostrazione della difficoltà che ebbero i tedeschi nell’affrontare il proprio passato è data proprio dal mito della Wehrmacht pulita, una concezione auto-assolutoria nata nella Germania occidentale volta ripulire l’esercito tedesco dai crimini di guerra e dalla connivenza con il nazismo. Secondo questa idea, la Wehrmacht, l’esercito tedesco della Germania nazista attivo dal 1935 al 1945, non avrebbe avuto alcun ruolo nei crimini di guerra perpetrati dal nazismo ai danni degli ebrei, dei rom, degli slavi e di tutti gli altri popoli che abitavano le nazioni occupate. La responsabilità di questi atti ricadeva interamente sulle SS e sui vertici del partito nazista.

 

In ogni teatro bellico in cui la Wehrmacht ha combattuto vi è stato modo di costruire un impianto auto-assolutorio nei confronti delle Forze militari naziste. Anche rispetto al contesto della guerra partigiana in Italia (ne abbiamo parlato) si diffuse la convinzione che i tedeschi agissero contro i civili solo in reazione  alle sortite e ai sabotaggi dei partigiani. In realtà è stato provato che esistesse una vera e propria dottrina di “guerra ai civili da parte della Wehrmacht, la quale, massacrando innocenti, puntava a togliere sostentamento e appoggio ai combattenti partigiani. Ma il teatro della Seconda Guerra Mondiale in cui più di tutti il mito è riuscito a modellare ed edulcorare in maniera più marcata l’operato della Wehrmacht è stato quello orientale (Smelser e Davies 2008: 3). Basti pensare al fatto che, nei mesi del 1941 che precedettero l’invasione dell’Unione Sovietica, tra i vertici politici e militari della Germania, era diffusa l’idea che la guerra contro i sovietici sarebbe stata una “guerra di annientamento”. Ciò implicava sostanzialmente l’impiego di azioni aggressive e brutali contro “ gli agitatori bolscevichi, i cecchini, i sabotatori e gli Ebrei” (Waitman 2011: 311).


Soldati della Wehrmacht fucilano dei partigiani


Al termine della guerra, addossare le atroci responsabilità dell’Olocausto e degli altri crimini di guerra al solo Hitler e alla sua combriccola di fanatici aveva in primo luogo l’obiettivo di riabilitare la Wehrmacht agli occhi dei nuovi alleati occidentali. Questi ultimi infatti, sin dall’immediato dopoguerra, iniziarono a valutare la possibilità di includere l’esercito tedesco nel sistema di difesa occidentale, il quale prese forma nel 1949 con l’entrata in vigore del Patto Atlantico istitutivo della NATO.

 

Furono proprio gli Stati Uniti a svolgere un ruolo fondamentale nel concretizzare quest’idea. Ovviamente, l’esercito statunitense, avendo a disposizione una serie di prove schiaccianti, era ben cosciente dei crimini commessi dalla Wehrmacht sia contro i civili che contro i belligeranti.  A dire il vero, al termine della guerra, tutti gli ufficiali degli eserciti alleati erano coscienti di ciò, e il Processo di Norimberga ne era stata la conferma (Smelser e Davies 2008: 40). Era cosa nota infatti, che gli ufficiali e i soldati semplici della Wehrmacht, soprattutto sul fronte orientale, furono pienamente conniventi con il disegno genocidiale nazista e lo portarono avanti grazie alla stretta collaborazione con le Einstazgruppen, una sezione delle SS. Nonostante ciò, il clima di Guerra Fredda che si respirava già a fine anni 40, spinse gli Stati Uniti in una direzione ben precisa quanto all’atteggiamento da tenere nei confronti della Wehrmacht e dei suoi generali.

 

Una nota interessante che fa capire meglio di ogni altra come si mossero gli statunitensi in questo frangente è il coinvolgimento del generale Franz Halder, generale di carriera che nel 1944 venne internato a Flossenburg a causa del coinvolgimento nell’attentato contro Hitler del 23 luglio. Egli rappresentava a pieno il prototipo del generale che agli americani interessava per riabilitare la Wehrmacht promuovendo l’idea del suo distacco da Hitler. Per questo Halder venne invitato a lavorare come consulente presso la Divisione storica dell’esercito statunitense assieme a ben noti criminali di guerra come Albert Kesselring e Heinz Guderian. Negli anni seguenti gli ex ufficiali della Wehrmacht lavorarono intensamente ad una ricostruzione falsamente storica degli eventi bellici sul fronte orientale, producendo una serie di scritti e di biografie che contribuirono non poco alla riabilitazione degli ufficiali stessi e delle forze armate per cui combatterono (Smelser e Davies 2008: 59).

 

Gli Stati Uniti negli anni del dopoguerra si trovavano dunque incalzati dagli eventi che portarono poi alla concretizzazione dello scontro bipolare. Fu in particolare lo scoppio della Guerra di Corea nel 1950 a imporre una certa fretta agli statunitensi. Non a caso fu proprio da quel momento in poi che si intensificarono gli sforzi statunitensi volti a sostenere la creazione del nuovo esercito tedesco da integrare nella NATO. Emblematico di tutto ciò fu una dichiarazione che Eisenhower, allora comandante NATO, fece nel gennaio 1951 durante una visita in Germania. Il generale espresse le sue scuse nei confronti della Wehrmacht, che aveva sempre considerato come un tutt’uno con il regime stesso, e ci tenne a sottolineare l’estraneità del popolo tedesco rispetto a Hitler. Soltanto da questa dichiarazione, proveniente peraltro da un fervente anti-nazista, si può capire come la politica estera statunitense del tempo stesse contribuendo enormemente a determinare le politiche memoriali della Germania Ovest.

 

Per la verità, l’idea della distanza esistente tra l’innocente popolo tedesco e il sanguinario dittatore Hitler espressa da Eisenhower nel 1951 non era nulla di nuovo. Si trattava di un’assoluzione collettiva già diffusa in quegli anni nell’opinione pubblica della Germania occidentale. I tedeschi occidentali, sia nella sua componente di opinione pubblica che in quella delle classi politiche,  rigettavano fermamente la colpa collettiva del popolo tedesco e la sua connivenza con il regime nazista. Ciò può essere visto come una conseguenza del processo di “denazificazione” (Ponso 2015: 46) forzatamente imposto dagli Alleati nelle zone di occupazione occidentali (1945-1949). I tedeschi occidentali erano sempre più convinti di non essere altro che vittime di Hitler, dei bombardamenti e delle espulsioni forzate della popolazione tedesca. Secondo quest’idea non vi era stata alcuna adesione di massa al nazismo né tantomeno ai crimini di Hitler.

 

L’intera politica di riarmo della Germania ovest, fortemente voluta dal cancelliere Konrad Adenauer, venne poi portata a compimento nel 1955 con l’istituzione della Bundeswehr e l’ingresso nella NATO. Questa svolta comportò un consolidamento definitivo del mito.

Un dato interessante riportato attesta che, nell’anno della sua istituzione, la Bundeswehr era costituita per intero da ex soldati e ufficiali della Wehrmacht (Smelser e Davies 2008: 76).

 

Gli anni ’70

A partire dagli anni ‘70 diverse ricerche accurate riuscirono a fare luce sui rapporti tra l’esercito tedesco e il regime nazionalsocialista e soprattutto sulle responsabilità degli ufficiali di alto grado. Le ricerche su questo tema riuscirono certamente a convincere una parte della comunità scientifica, ma rimasero materiale specialistico appunto, non raggiungendo la maggior parte dei tedeschi, né tantomeno riuscendo a scalfire la convinzione di quei tedeschi a cui questi studi arrivarono (Ermacora 2011, 2). 

É facile pensare infatti che il pubblico tedesco fosse ben più propenso a discolparsi da un’eredità parecchio ingombrante, piuttosto che addossarsi le colpe e rielaborarne la  memoria. Dopotutto ben 18 milioni di uomini avevano servito sotto le insegne dell’esercito nazista, rendendo probabile che quasi ogni famiglia tedesca avesse almeno un componente o un conoscente che vi aveva combattuto.

 

La fine del mito (?) 

Il mito rimase intatto e vivo nella memoria collettiva tedesca sostanzialmente fino alla metà degli anni 90. A sfatare il mito contribuì in particolare una mostra documentaria curata dall’Hamburg Institut für Sozialforschung dedicata ai crimini della Wehrmacht sul fronte orientale e intitolata Vernichtung. Verbrechen der Wehrmacht 1941 bis 1944. Presentata per la prima volta nel 1995 proseguì in un tour che toccò più di 30 città tedesche ed austriache fino al 2004 e registrando più di un milione di visitatori. 

La mostra esponeva 1400 fonti fotografiche e alcuni documenti con l’intento di demolire completamente il mito del soldato semplice tedesco alieno rispetto ai crimini nazisti. Le fotografie mostravano chiaramente al visitatore a quali crudeltà vennero sottoposti gli ebrei dell’Europa orientale, i dissidenti e i partigiani di ogni nazionalità e fazione.


Un'immagine della mostra (Getty Images)


La mostra scatenò reazioni molto forti nell’opinione pubblica e in tutti gli schieramenti politici. Dall’estrema destra neonazista e dalle associazioni dei veterani piovvero pesantissime critiche contro i curatori della mostra, accusata di mancare di rispetto alle forze armate tedesche. Persino le formazioni più moderate come la CSU bavarese espresse il proprio dissenso non presenziando all’apertura della mostra a Monaco. Non mancarono chiaramente manifestazioni di appoggio per le verità portate a galla dall’istituto di Amburgo (Heer e Caplan, 1998: 187).


Manifestazione neonazista in Germania (Fondazione Feltrinelli/h3)


Al di là delle diverse reazioni, ciò che più conta è che la mostra ebbe davvero il merito di riaprire il capitolo dei crimini delle Forze armate tedesche durante la seconda guerra mondiale e permettere una rielaborazione collettiva del fenomeno. La riapertura di questa questione pregna di significato politico aveva perfettamente senso in un momento in cui la Germania riunita stava dimostrando la forte volontà politica di fare i conti con il peso morale del passato nazista sulla collettività del popolo tedesco.

 

Se oggi la Germania abbia o meno raggiunto una completa  rielaborazione memoriale in  questo senso è una questione ancora aperta. C’è da dire però che, per quanto ancora oggi esistano frange estremiste che negano la connivenza della Wehrmacht con il nazismo, il fatto che questa convinzione non sia più diffusa a gran parte del pubblico tedesco è un tassello importante nell’enorme mosaico di storie e memorie che compone la rielaborazione memoriale del nazismo.

 

 

 




Bibliografia

-Ermacora M. (2011) I crimini della Wehrmacht sul fronte orientale Una rassegna storiografica. Venezia: Università Ca’ Foscari

-Foreign Relations of The United States, 1951, European Security and the German Question, Volume III, part 1 document 243

-Here H. e Caplan J. (1998) The Difficulty of Ending a War: Reactions to the Exhibition 'War of Extermination: Crimes of the Wehrmacht 1941 to 1944. Oxford: Oxford University Press

-Ponso M. (2015) Processi, riparazioni, memorie L’elaborazione del passato nella Germania postnazista e postcomunista. Milano: Nimesis

-Smelser R. e Davies E. (2007) The Myth of the Eastern Front: The Nazi-Soviet War in American Popular Culture. New York: Cambridge University Press

-Speccher T. (2022). La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo. Bari: Laterza

-Waitman B. (2011) A Calculus of Complicity: The "Wehrmacht", the Anti-Partisan War, and the Final Solution in White Russia, 1941-42. New York: Cambridge University Press

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