• Koinè Journal

Quelli che si definiscono bravi. Ti porteremo a Roma, liberata.


di Luca Simone.


Tutti abbiamo sentito almeno una volta nella vita l’espressione “Italiani brava gente”, resa celebre dal famoso film del 1964 di Giuseppe de Santis, che racconta la storia di un composito gruppo di soldati del CSIR, rappresentati secondo il classico stereotipo della bonarietà e dell’ignoranza. In fondo, a tutti noi fa comodo che questo cliché perduri. Ma si tratta solo e soltanto di uno stereotipo. E questo, alle nostre coscienze, abbiamo il dovere morale e storico di confessarlo.

«Uno scudo di bonarietà, di giovialità, di naturale inclinazione alla mitezza e alla socialità cordiale che avrebbe dovuto mettere [gli italiani] al riparo dall'ostilità efferata, un confortevole cuscinetto capace di attutire l'urto drammatico della storia e della crudeltà.» (Battista 2004)

Così Pierluigi Battista ha definito questa concezione, appoggiato in questa sua “intemerata”, anche da un grande studioso come Angelo Del Boca, pioniere degli studi sulle atrocità commesse durante l’esperienza coloniale italiana. Le origini di quello che a tutti gli effetti è un mito sono dibattute, e si perdono nelle teorie più disparate. La patina di malcelata ignoranza riguardo eventi che insozzano la nostra storia nazionale è stata per decenni uno scudo troppo comodo dietro al quale nascondersi. Soprattutto per quanto riguarda il periodo fascista, individuabile come il vero zenit toccato dalle responsabilità criminali della brava gente italica. Per ragioni di politica interna e non, le nostre birbonate sono state ignorate, e si è ricercato un solo grande cattivo teutonico, risparmiando al povero soldato italiano con le scarpe di cartone e i fiori nel fucile, un tribunale che spiegasse i campi di concentramento, i gas, gli stupri, le impiccagioni e le fucilazioni sommarie. Questa rubrica tenterà di fare luce per quanto possibile su una verità che a lungo ci ha trovati disinteressati, analizzando tre momenti chiave della storia del nostro Paese, che ben poco hanno a che vedere con il bravo italiano. E non hanno nulla a che vedere neppure con l’italiano essere umano.


Un posto al sole

Alla fine dell’Ottocento, epoca d’oro del colonialismo, l’Italia appena unificata rappresentava una potenza di scarsa se non addirittura irrilevante importanza nello scacchiere internazionale, dove i grandi imperi inglese e francese si spartivano il mondo e l’industria tedesca ne dominava il mercato. Questa sensazione di impotenza pervadeva gli ambienti di governo, e in particolare l’allora presidente del Consiglio Francesco Crispi. Gli occhi vennero puntati perciò sull’ultimo spazio bianco presente sul mappamondo: l’Etiopia. Già nel 1889, era stato firmato tra i due Stati il Trattato di Uccialli, una specie di accordo che prevedeva il protettorato italiano sull’Abissinia. Almeno questo era quello che emergeva dalla traduzione italiana del documento, visto che il negus Menelik II continuava a regnare come se si trattasse di un semplice trattato di amicizia. (Montanelli: 221) Il governo italiano ben presto iniziò, su indicazione di Crispi stesso, a cercare la via dello scontro diplomatico, in vista di una imminente campagna di invasione, mentre il sovrano etiope, compreso il gioco a cui stava giocando l’Italia, iniziò ad armare il suo esercito, acquistando armi dalla Russia e dalla Francia, utilizzando addirittura il prestito da 4 milioni di lire accordato dal governo italiano come “premio” per la firma del trattato del 1889. Per ironia della sorte, l’esercito del negus si trovò ad essere equipaggiato con fucili di produzione italiana, più moderni e più efficienti di quelli in dotazione all’esercito d’invasione.


Nel gennaio del 1895, il generale Baratieri si apprestò ad invadere il Tigrè, formalmente territorio etiope, ma di fatto sotto la sfera d’influenza italiana. Ben presto però, dopo alcuni iniziali successi, i comandi italiani si resero conto della loro forte inferiorità numerica e logistica. Gli etiopi conoscevano alla perfezione il territorio, e seppur privi di un addestramento militare “formale”, erano degli ottimi guerriglieri, che combattevano per difendere il loro paese. Ben presto la controffensiva scatenata da Menelik mise sulla difensiva i reparti italiani, che vennero assediati nel forte di Macallè. A questo punto il negus avanzò proposte di pace, sdegnosamente rifiutate dal patriottico governo romano. (Pankhurst: 190) Si giunse così alla dolorosa giornata di Adua.


Baratieri, incalzato da Crispi in persona, che intendeva salvare formalmente il “prestigio della Monarchia e l’onore dell’esercito” (Montanelli: 284) – molto probabilmente pensava più a qualche altra cosa di fortemente personale da mettere al sicuro – decise di rischiare il tutto per tutto. Nonostante la situazione logistica delle truppe italiane fosse a dir poco disastrosa, con linee di rifornimento continuamente minacciate dalla guerriglia e dalle rivolte delle popolazioni assoggettate, gli ordini da Roma erano categorici. La sera del 29 febbraio 1896, l’esercito italiano, col favore delle tenebre, decise di avvicinarsi alle posizioni etiopi cercando di sfruttare il fattore sorpresa. L’effetto fu drammaticamente diverso. Privi di mappe adeguate e di una conoscenza del territorio appena sufficiente, le quattro colonne si trovarono ben presto isolate e impossibilitate a comunicare tra loro, divenendo una preda fin troppo facile per le truppe etiopi. Il risultato fu la peggiore sconfitta militare mai patita da un esercito coloniale in terra d’Africa. Un incubo che avrebbe perseguitato i comandi italiani, la classe politica e la popolazione per decenni. Un incubo che sarebbe stato lavato col sangue. Serviva solo qualcuno che avesse lo stomaco per farlo.


L’ora del destino

Quel qualcuno arrivò il 28 ottobre 1922, quando al riparo del tepore meneghino, e con in tasca un biglietto per la Svizzera in caso di fallimento della passeggiata romana, piovve sull’Italia un nuovo Primo Ministro, nella persona di Benito Mussolini. L’intera ideologia fascista, fin dai suoi esordi, prendeva a piene mani (per mancanze proprie) dal programma dei nazionalisti in politica estera. Revisione della pugnalata di Versailles, espansione coloniale e creazione di un impero mediterraneo; a questa bucolica visione, il Duce aggiunse solo la patina della romanità, esigendo al tavolo della Storia il posto che spettava alla sua patria per i meriti dei cesari passati. L’Etiopia rappresentava nelle visioni dei fascisti la preda perfetta, l’unica nazione africana ancora libera, non sottomessa ad alcun governo straniero, ed emblema della più grande onta della storia dell’Italia Unita, Adua. (Del Boca 2005. 88) Già l’8 luglio 1925, l’uomo della provvidenza (M.) scriveva così al ministro delle Colonie Lanza di Scalea: «Prepararsi militarmente e diplomaticamente e approfittare di un eventuale sfasciamento dell’impero etiopico. Nell’attesa, lavorare in silenzio, sin dove sia possibile in collaborazione con gli inglesi, e cloroformizzare il mondo ufficiale abissino» (ASMAE). E appena un anno dopo, nominatosi anche Ministro della Guerra, autorizzava il generale Giuseppe Malladra a recarsi in Eritrea e in Somalia per esaminare il dispositivo bellico delle due colonie e per porle in condizioni di affrontare una guerra contro l’Etiopia. Quello che serviva al Duce era soltanto un pretesto che giustificasse al mondo, e specialmente alla Società delle Nazioni, di cui sia Italia che Etiopia erano parte, l’intervento militare. Vennero fatti tutti i preparativi diplomatici con Francia e Inghilterra, che pur di tenersi buono l’enfant prodige di Predappio assicurarono la loro neutralità. L’occasione era ghiotta anche per dimostrare al mondo intero la potenza guerresca della nuova gioventù italica, cresciuta all’ombra del Littorio e con il moschetto in spalla. (Del Boca 2005: 89) Timoroso di un nuovo fallimento, Mussolini non lesinò sui mezzi da utilizzare per la guerra, ammassando un esercito enorme, equipaggiato con i mezzi più moderni che l’Italia potesse permettersi, e dotato anche di qualche piccolo asso nella manica: i gas vietati dalla Convenzione di Ginevra che l’Italia aveva firmato assieme ad altre centinaia di Stati. (Del Boca 2005: 91)


L’ora propizia arriva il 5 dicembre 1934, quando uno scontro di confine a Ual Ual diviene il pretesto utilizzato dal governo italiano per invocare un intervento militare giustificato. Dopo alcuni mesi di incessanti colloqui, specialmente con inglesi e francesi, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 1935, senza neppure una formale dichiarazione di guerra, il quadriumviro De Bono attacca l’Etiopia. Ben presto la tenaglia italiana guidata a nord da De Bono e a sud dallo squittente Graziani, inizia a schiacciare le forze etiopi male addestrate e peggio equipaggiate, nonostante carichi di armi provenienti dalla Germania, spettatrice più che interessata, che intendeva distogliere lo sguardo del mondo dalla prossima rimilitarizzazione della Renania (Del Boca 2010: 96). Le truppe etiopi offrono, nonostante tutto, una valorosa resistenza, effettuando operazioni efficaci di guerriglia, danneggiando le troppo allungate linee di rifornimento italiane. La lentezza e la prudenza di De Bono poco piacquero al fiammeggiante stratega da poltrona, che ben presto lo sostituì con il più vivace Badoglio. Il futuro Maresciallo d’Italia, preoccupato da un popolo descritto come primitivo e quasi allo stato dell’età della pietra, pensò bene di iniziare ad utilizzare l’asso della manica. (Del Boca 2010: 71) Invece che essere fermato, da Roma partì una serie di telegrammi firmati dal Duce in persona, che non solo autorizzavano il buon Badoglio ad utilizzare l’iprite, ma anzi lo invitavano a farlo per spezzare le truppe etiopi. Evidentemente la gioventù del Littorio era poco ferrosa. (Del Boca 2010: 139)


«Libertà d’azione per impiego gas asfissianti»

Questa frase lapidaria (DEPA), firmata da Mussolini in persona, è il contenuto di un telegramma inviato a Graziani il 15 dicembre 1935, in risposta alla richiesta del generalissimo di poter utilizzare qualsiasi tipo di arma per bloccare il contrattacco dell’esercito etiope. Soltanto una settimana dopo, un altro telegramma, stavolta inviato a Badoglio, addirittura invitava il futuro Maresciallo ad utilizzare i gas per fermare i contrattacchi, velocizzare le operazioni, fiaccare il morale del nemico e risparmiare le truppe italiane. (Del Boca 2010: 140) L’impiego di un’arma vietata dalla Convenzione di Ginevra del 1925, sottoscritta dall’Italia già fascista, rappresentava per Mussolini una questione di scarsissimo conto. L’obiettivo era vincere, farlo nel modo più veloce e brutale possibile di modo da spezzare qualsiasi volontà di resistenza del nemico. Questa è la mentalità che animava non solo gli alti comandi militari, ma l’intero establishment fascista. Nessun rispetto, nessun quartiere doveva essere dato agli uomini del negus, visti non come soldati di un esercito regolare, ma come guerriglieri e briganti, e così trattati. Gli effetti dei gas, in particolare dell’iprite, erano devastanti. Come testimonia John Melly, capo di una delle ambulanze inglesi che si occupa di curare i feriti, oltre a parlare degli effetti terribili come la cecità, il soffocamento, le ustioni gravissime e quasi praticamente incurabili, aggiunge un dato: i pazienti che si trova a dover curare non sono soldati, bensì civili. (Del Boca 2010: 144) Si tratta di contadini, che probabilmente ignorano addirittura che il loro paese sia in guerra, invaso da un esercito straniero; sono donne e bambini che nei loro tucul troveranno una morte orribile mentre a Roma si stappano patriottici champagne.


Talmente tanto importante è la guerra per il Duce, talmente tanto è fondamentale dare all’Italia il suo impero costruito su macerie di sangue, che non esita ad inviare in combattimento il figlio Vittorio, aviatore, l’Italico per eccellenza. Questo esemplare di fascio littorio ambulante, commentando i combattimenti, descriverà alcune operazioni da lui stesso effettuate: «Un abissino col fucile correva verso sud. Una bella sventagliata e l’abissino era a terra. Era dunque una caccia isolata all’uomo, come al solito, e ogni apparecchio, per conto suo, frugava ogni buco annusando l’abissino». Ancora più piacevole risultava l’attacco alle case e ai villaggi in picchiata, emozione patriottica di difficile descrizione, ma Vittorio ci prova: «Era un lavoro divertentissimo e di un effetto tragico ma bello. […] Una grossa zeriba, circondata da alti alberi, non riuscivo a colpirla. Bisognava centrare bene il tetto di paglia, e solo al terzo passaggio ci riuscii. Quei disgraziati che stavano dentro e si vedevano bruciare il tetto saltavano fuori scappando come indemoniati». Il figlio del Duce, laureato a pieni voti all’università della vita e del Littorio, concludeva infine che grazie a questa sua esperienza poteva dire di «aver acquistato sulle Ambe la laurea per essere uomini. La guerra certo educa e tempra e io la consiglio a tutti, anche perché credo che sia proprio dovere di un uomo farne almeno una». (Mussolini: 150)


L’esercito italiano però non si limitò all’utilizzo dei gas, violare la Convenzione di Ginevra solo in questo aspetto era riduttivo visto l’impegno con cui l’intera invasione era stata preparata. I soldati etiopi non vennero considerati combattenti di un esercito regolare, ma guerriglieri, e pertanto non soggetti ad alcuna legge di guerra che ne assicurasse alcuni diritti fondamentali. Le truppe non indigene, ma anche regolari, non fecero prigionieri. Vennero passati per le armi ufficiali, comandanti e soldati semplici, senza alcuna pietà o rispetto di alcun codice bellico. Un diritto di clemenza consolidato da secoli in qualsiasi tipo di guerra, ma a quanto pare assente nel libro mastro della guerra fascista. (Del Boca 2005: 94) Le violenze non cessarono neppure con l’entrata trionfale ad Addis Abeba e la proclamazione solenne dell’Impero il 9 maggio 1936. Gli etiopi avendo ormai compreso di che pasta fossero fatti gli invasori, e che per loro non ci fosse alcuna speranza di poter vivere in pace, si prepararono alla resistenza, guidata dal negus in esilio a Londra.


Il 19 febbraio 1937, durante un ricevimento delle alte cariche coloniali in Abissinia, due attentatori della resistenza etiopica entrano nel palazzo vicereale, lanciando alcune bombe a mano sugli ospiti, ferendo gravemente lo stesso Graziani. Da quel momento in poi la furia omicida già ampiamente dimostrata in Libia contro Al-Mukhtar, diverrà il modus operandi del vicerè anche in Abissinia. «L’incidente del 19 febbraio 1937 sembra[va] aver definitivamente compromesso l’equilibrio mentale di Graziani, alimentando in lui un livello di paranoia e di terrore tale da renderlo alla fine inadeguato a ricoprire la carica di viceré e da indurre a decretare il suo ritiro dall’Etiopia entro la fine dell’anno. Ma mentre era ancora in carica, egli si rese responsabile di un’orgia di fuoco e distruzione senza precedenti. L’attentato gli aveva fornito il pretesto desiderato per eliminare una volta per tutte i suoi nemici. [...] Il massacro di Addis Abeba fu quindi seguito da un pogrom che ebbe come epicentro lo Scioa e il cui scopo in larga misura era l’eliminazione dell’intera aristocrazia amhara e della classe colta etiopica». (Campbell: 81) Reparti regolari dell’esercito, reparti indigeni e distaccamenti della Milizia coloniale, trasformeranno per giorni Addis Abeba in un lago di sangue, compiendo indiscriminati massacri contro la popolazione civile, conditi da indicibili violenze. L’approccio di base prevedeva che si desse fuoco ai tucul assicurandosi che tutti gli abitanti fossero dentro, e per sicurezza vi si lanciavano bombe a mano all’interno; chiunque riusciva a sgattaiolare fuori da quell’inferno veniva immediatamente passato per le armi sul posto in quanto colpevole di aver cercato di salvarsi la vita. (Del Boca 2005: 98) Le stime più riduttive parlano di una cifra tra i 1.400 e i 6.000 morti in soli tre giorni. (Del Boca 2005: 100)

Reparti coloniali addestrati ed inquadrati nelle forze armate


Per Graziani però non era abbastanza. Il “complotto” che avrebbe dovuto ucciderlo doveva essere più ampio. Doveva sicuramente esserci qualche potentissima mano oscura a manovrare i fili di un attentato che avrebbe decapitato il governo dell’intera colonia, privando l’Italia del suo Leone. Queste oscure mani vennero individuate nei monaci, negli indovini e nei cantastorie, storicamente a capo di qualsiasi resistenza contro l’oppressione straniera e dunque da considerarsi «più pericolosi turbatori dell’ordine». (Del Boca 2005: 216) Oltre a passare per le armi qualsiasi individuo sospetto di saper suonare uno strumento o di saper intonare qualche canto o qualche verso recitato, Graziani il 7 marzo decise di attaccare il pericoloso caposaldo Debra Libanos. Un monastero occupato da una comunità monastica con radici antichissime, custode delle tradizioni religiosi cristiane dell’Etiopia che si facevano addirittura risalire a re Salomone e alla mitica regina di Saba. Il monastero venne circondato, e poco dopo iniziò il massacro a colpi di mitragliatrice, fucile e semplici baionette. I catturati vennero portati a bordo di alcuni camion a Laga Wolde, dove messi in fila davanti ad un sacco nero vennero fucilati sul posto. Si stima che in tal modo persero la vita in poche ore dalle 1.200 alle 1.600 persone. (Campbell: 79-218) Graziani in persona giustificò la repressione telegrafando a Roma: «Sono stati passati per le armi tutti i prigionieri. Sono state effettuate repressioni inesorabili su tutte le popolazioni colpevoli se non di connivenza, di mancata reazione». (Del Boca 2010: 245) Tutto si era finalmente risolto per il meglio, non restava che fare le strade.


Oblio e negazione patriottica

L’ottimo meccanismo di censura messo in piedi dal regime in patria, e il crescente disinteresse dell’opinione pubblica internazionale verso le vicende coloniali italiane a causa di più impellenti problemi come il pericoloso riarmo nippo-tedesco, assicurarono una totale impermeabilità del Paese a queste notizie, che pure trapelavano. Gli anni del dopoguerra furono poi caratterizzati da un totale disinteresse per la questione, accompagnata da una negazione feroce quando pure questa venisse sollevata. Sarà necessario attendere il 7 febbraio 1996 per avere finalmente un’ammissione di colpe concreta da parte delle forze armate, che ammetteranno l’uso di gas vietati da qualsiasi convenzione di guerra. Per decenni, il “principe” della carta stampata nazionale, Indro Montanelli, negherà l’uso di qualsiasi arma vietata, specialmente dei gas, rigettando anche qualsiasi accusa di violenza a danno del popolo abissino, contribuendo con le sue dichiarazioni ad alimentare l’idea di un colonialismo italiano buono e, se non buono, almeno meglio degli altri. «Qualche imbecille vorrebbe impormi, (…) il rimorso per i soprusi e le nefandezze che avremmo compiuto, perché, anche se qualcuno ce ne fu, sono convinto che il nostro colonialismo sia stato, fra tutti, il più umano, o il meno disumano, come dimostra il ricordo che gli stessi etiopici, per non parlare degli eritrei, conservano degli italiani». (Montanelli 1995) Ancora nel 1995, il sottosegretario Santoro durante un’intervista sull’argomento, si lasciò sfuggire alcuni commenti sintomatici della percezione della vulgata a proposito della questione: «Non è una notizia che mi sconvolga, dal momento che ci siamo liberati del Giappone con due bombe atomiche...», e dopo che gli venne fatto notare che parlare di vicende altrui non scagionava l’Italia e che esisteva una Convenzione specifica a cui attenersi, rispose con nonchalance: «Le convenzioni spesso e volentieri sono invocate da quelli che stanno perdendo» (Repubblica).


Vorrei ora soffermarmi su un ultimo aspetto, tanto caro al mondo nostalgico. Quel mondo che vede in livorosi macellai come Graziani, in grigie eminenze come Badoglio e in esagerate personalità come quella del Duce eroi a cui dedicare sacrari appena possibile. Graziani, vero e proprio simbolo della mentalità coloniale fascista, macchiatosi di praticamente ogni crimine di guerra possibile e immaginabile (e ne abbiamo parlato), nel suo libello macchinoso e arteriosclerotico (quando pare a lui), commenta così le accuse che nel dopoguerra piovono sul suo conto: «Mi piombavano addosso intransigenti disposizioni e ordini da Roma: “vi ordino di applicare un regime di terrore”». (Graziani: 65) In sostanza scarica le responsabilità su un governo ormai morto o messo a tacere dalla storia, un atteggiamento non proprio coerente con la spavalderia dimostrata dal “Leone” in alcuni suoi telegrammi privati inviati in patria durante la campagna e le persecuzioni, come ad esempio questo: «Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia con la chiusura del convento di Debrà Libanòs, che da tutti era ritenuto invulnerabile, e le misure di giustizia sommaria applicate sulla totalità dei monaci, a seguito delle risultanze emerse a loro carico. Ma è semmai titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti». (Del Boca 2005: 103) Sarebbe stato apprezzato lo stesso orgoglio littorio davanti ad un tribunale militare, ma gli eroi evidentemente sono in part-time. Deve essere stato stancante costruire strade e scuole su macerie che grondavano sangue.



Galleria immagini


Cadaveri di Etiopi ammassati dopo le violenze del 1937 durante il "massacro di Addis Abeba".


Guerriglieri etiopi giustiziati ed esposti come monito.


Reparti regolari italiani si premurano della buona esecuzione della giustizia coloniale.


Montanelli si arrende. Finalmente.





Bibliografia

-Battista P. (2004) Italiani brava gente. Un mito cancellato, in La Stampa, 28 agosto.

-Belladonna S. (2015) Gas in Etiopia. I crimini rimossi dell’Italia coloniale. Milano: Colibrì.

-Borruso P. (2020) Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia. Bari: Laterza

- Campbell I. L. e Gabre-Tsadilk D. (1997), La repressione fascista in Etiopia: la ricostruzione

del massacro di Debrà Libanòs, in «Studi Piacentini», n. 21.

-De Grand A. (2004) Mussolini's Follies: Fascism in Its Imperial and Racist Phase, 1935-1940.

Cambridge University Press

-Del Boca A. (2005) Italiani Brava Gente?. Vicenza: Neri Pozza Editore.

-Del Boca A. (2005) Il progetto fascista per le colonie. Bologna: Il Mulino.

-Del Boca A. (2007) I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia. Roma: Editori Riuniti.

-Del Boca A. (2010) La guerra d’Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo. Milano: Longanesi.

-Focardi F. (2005) I crimini impuniti dei “bravi italiani”. Bologna: Il Mulino.

-Gonzàlez-Ruibal A. (2011) A social archaeology of colonial war in Ethiopia. World Archaeology:

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-Graziani R. (1986) Una vita per l'Italia. Ho difeso la patria. Milano: Mursia (ried.).

-Montanelli I. (2006) Storia d'Italia vol. 6 (1861 - 1919). Milano, RCS Libri S.p.A.

-Montanelli I. La stanza di Montanelli. Etiopia: colonialismo all’italiana, «Corriere della Sera», 29

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-Mussolini V. (1937) Voli sulle ambe Firenze: Sansoni.

-Pankhurst R. The Ethiopians. A History, Cambridge 2001

-Anche la Difesa ammette: “I gas li abbiamo usati”, «la Repubblica», 10 novembre 1995.

-ASMAE, Fondo Guerra, Etiopia, b. 5, f. 3, pos. 1. La parola “militarmente” è sottolineata da

Mussolini tre volte.

-DEPA, segreto, m.p.a., telegramma n. 14551 a telegramma n. 1475






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