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Un mondo senza altrove. Appunti per un’ecologia radicale – Parte II

Updated: May 17


di Matteo Bronzi


Una volta che ci siamo liberatǝ, purtroppo solamente in questo spazio digitale, della natura (vedi articolo precedente) abbiamo bisogno di nuovi strumenti per poter leggere il presente, cercando di trovare nuove domande lontano dalle risposte semplici dell’ambientalismo tradizionale.

Timothy Morton, uno dei filosofi dell’ecologia radicale più in voga, nonché molto discusso, negli ultimi anni, ha proposto di ripensare un’ecologia senza natura (Morton, 2007), dove l’essere umano non è più esterno ai processi naturali, ma è parte integrante dello stesso ambiente di cui si erge a difensore. Attraverso questa visione Morton prova a smontare il feticismo romantico nei confronti del naturale e dell’ambientalismo, cercando di costruire relazioni differenti anche con quelle entità che generalmente non vengono incluse nel discorso ecologico, pur facendo pienamente parte dell’ambiente (Marinelli, 2020). Ed è qui che entra in gioco il concetto di Iperoggetti.


Iperoggetti e crisi ecologica


Gli iperoggetti, come li definisce Morton, sono entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo che possiedono determinate caratteristiche, tali da renderli difficilmente comprensibili alla cognizione umana. All’interno del suo testo, dedicato all’elaborazione di questo concetto, egli ne propone diversi esempi come il clima e il riscaldamento globale, tematiche molto care al pensiero ecologico, ma anche il plutonio, l’uranio, l’evoluzione, il petrolio, la biosfera, il sistema solare.

Per comprendere meglio la sua visione riportiamo uno stralcio della sua trattazione:


«Faccio partire il motore della mia auto: ossa liquefatte di dinosauro vanno in fiamme. Mi inerpico su un calanco: miliardi di creature sottomarine polverizzate si depositano sulle mie scarpe. Respiro: l’inquinamento batterico di qualche cataclisma archeano mi riempie gli alveoli (lo chiamano “ossigeno”). Scrivo questa frase: i mitocondri batteri anaerobici che si nascondono nelle mie cellule dai tempi del Grande Evento Ossidativo sono la mia fonte di energia, hanno un loro DNA. Pianto un chiodo nel muro: i batteri hanno depositato ferro nella crosta terrestre sotto forma di solidi strati di minerali. Accendo la televisione e sento che ha nevicato: in un mucchietto di neve c’è la traccia della radiazione cosmica lasciata dal Big Bang. Cammino su forme di vita: l’ossigeno nei nostri polmoni è il prodotto del degassaggio di batteri. Il petrolio è il risultato di una qualche oscura e segreta collusione tra rocce, alghe, plancton, avvenuta milioni e milioni di anni fa: quando vedi il petrolio vedi il passato. Gli iperoggetti si allungano nel tempo fino a raggiungere un’estensione così vasta che diventano quasi impossibili da cogliere concettualmente» (Morton T. 2018, pag. 82).


Morton definisce l’arrivo degli Iperoggetti come un terremoto nell’essere, un cambiamento sostanziale di prospettiva, un’opposizione filosofica all’antropocentrismo. Per fare ciò Morton fa riferimento al Realismo Speculativo, in particolare alla prospettiva della OOO (Objected Oriented Ontology), una nuova scuola filosofica fondata sul rifiuto della filosofia kantiana, quella che Meillassoux, fondatore della corrente del RS, ha chiamato la controrivoluzione tolemaica del pensiero di Kant. Per Kant, infatti, non si possono pensare né le cose in sé né la mente in sé ma soltanto la correlazione tra questi due aspetti: la conseguenza, ovviamente, è che il campo della filosofia viene limitato al contenuto della mente umana. I realisti speculativi intendono riportare l’accento sulla dimensione esterna alla mente, una dimensione nella quale l’uomo è uno dei tanti elementi che compongono un universo sostanzialmente indifferente alla nostra esistenza e inconsapevole dei nostri ‘valori’ e ‘significati’, per dirla con Brassier. Dimostrazione lampante di questa teoria è proprio il riscaldamento globale, che reclamando il potere di forze non-umane capaci di estinguerci annichilisce la nostra pretesa di un posto privilegiato al centro dell’universo.

L’iperoggettualità designa una nuova forma dell’essere segnata dall’impossibilità di venire compresa a partire da una posizione esterna all’ambiente naturale. È impossibile guardare gli iperoggetti, si è piuttosto ‘ospitatǝ’ in essi, si è forzosamente legatǝ, da essi ‘circondatǝ’. È da questa perturbante internità che ci sforziamo di comprenderli. Ad essi vengono attribuite da Morton determinate proprietà: viscosità, non-località, phasing, interoggettività ed ondulazione temporale, ampiamente illustrate nel corso del testo. In particolare, in questo contesto ci interessiamo a tre di queste: all’interoggetività, alla non-località e alla viscosità.

Partendo dalla prima proprietà Morton, rifacendosi all’approccio dell’OOO definisce l’interoggettività come un sistema complesso di relazioni che interconnettono le cose. L’intersoggettività, più familiare al nostro linguaggio, viene vista come solo una piccola porzione di uno spazio di configurazione interoggettivo molto più ampio. Essa è solo un’interoggettività osservata dal punto di vista degli esseri umani, che la delimitano per impedirne o mediarne l’accesso ai non umani. Di fatti l’intersoggettività alla sua base pone il processo di soggettivazione, mediato nel nostro pensiero dall’essere umano, che decide cosa fare accedere e cosa no all’interno di tale rete. Gli iperoggetti, e con loro il mondo nella crisi ecologica, necessitano di un cambio prospettico. Essi disvelano l’interoggettività.

La non-località, dimostrata dalla teoria dei quanti in fisica, ci dimostra come eventi molto lontani nel tempo e nello spazio abbiano effetti anche e soprattutto sul qui e ora. Le radiazioni nucleari, i disastri ecologici ci raccontano storie di non-località, ci ricordano la correlazione invisibile che esiste fra cose, come fra quanti correlati ma distanti geograficamente.

La viscosità è l’impossibilità di liberarci degli iperoggetti, l’impossibilità di rimuoverli o di vivere felicemente nello spazio fra un iperoggetto e l’altro. Non esiste uno spazio nel mezzo, essi si presentano come materiali viscosi, a cui si rimane appiccicati, non ci si può liberare e non possiamo pretendere di vederne i confini. Lo spazio temporale che intercorre fra due trombe d’aria, lo spazio geografico fra due fenomeni naturali che si manifestano in due luoghi differenti e apparentemente lontani non è uno spazio vuoto, ci ricorda Morton, è semplicemente uno spazio fra due performance estetiche dell’iperoggetto cambiamento climatico, che incombe su di noi costantemente. «Il clima non è uno “spazio” o un “ambiente” ma un oggetto multidimensionale che non ci è possibile vedere direttamente, quando piove sulla mia testa è l’iperoggetto clima piovere, è la biosfera che sta piovendo». Segue che «il tempo metereologico è piuttosto l’impressione sensuale del clima che entità umane e non umane (mucche, alluvioni, tundra, ombrelli, ecc.) si trovano a sperimentare» (Morton, 2018).

Nella visione di Morton il mondo è, quindi, un delicato effetto estetico dai confini che iniziamo a malapena a percepire. La consapevolezza planetaria non è l’inesorabile realizzazione del fatto che ‘noi siamo il mondo’ ma al contrario, del fatto che non lo siamo. Il mondo, inteso come fondale di eventi, è l’oggettivazione di iperoggetti: la biosfera, il clima l’evoluzione, il capitalismo. Per cui quando il clima ci piove addosso, non abbiamo idea di cosa stia succedendo (Morton, 2018)

L’iperoggetto per eccellenza è proprio il riscaldamento globale, la cui caratteristica principale è quella di esistere su dimensioni spazio-temporali troppo grandi perché possa essere visto o percepito in maniera diretta. Ad esempio, un’ondata di caldo nelle Filippine può avere come conseguenza, per le complesse ragioni che fanno del clima un sistema grande quanto la Terra, un’estate particolarmente fredda in Francia. Oppure possiamo cominciare a sentire oggi le conseguenze dell’immissione nell’atmosfera di quantità inaudite di carbone durante la seconda rivoluzione industriale, e saranno le nostrǝ pronipotǝ lontanǝ, tra qualche secolo, a giudicare se gli sforzi per ridurre i gas serra compiuti all’inizio del XXI secolo hanno avuto qualche effetto.

Per fare comprendere quale sia la nostra esperienza degli iperoggetti, Morton li presenta come la sensazione che percepiamo immersi in una piscina mentre nuotiamo sott’acqua. Siamo sommersi ovunque dall’acqua ma siamo altro rispetto all’acqua. Produciamo effetti nell’acqua come schemi di diffrazioni, per esempio facendola increspare, come essa produce effetti su di noi facendoci avvizzire la pelle. Ma se rompessimo le barriere della piscina, la sua finitezza spaziale e si sperimentasse lo stesso fenomeno in uno spazio aperto come il mare? Ecco che la percezione degli iperoggetti diventa dirompente.


Isole di plastica


Immergendoci nelle acque del mare, si ha la sensazione di essere avvolti nella totalità di quel liquido, del quale non riusciamo a percepire o a immaginare i confini. In quel momento, la nostra pelle sente su di sé le acque radioattive di Fukushima, quelle riversate violentemente sulle coste di una città lontana migliaia di km, quelle arrivate dalla cima del ghiacciaio islandese Okjokull, ormai scomparso a causa del riscaldamento globale, le stesse acque navigate da popolazioni passate, le stesse che saranno probabilmente navigate in futuro. Il mare compie su di noi una compressione spazio-temporale, ci permette di percepire l’interoggettività, i sistemi di relazione che si generano fra sistemi di oggetti, di materiali, di esseri viventi. Ci fa comprendere quanto sia impossibile tirarci fuori dal mondo, avere una prospettiva esterna, quanto invece siamo immersi in un materiale viscoso che chiamiamo biosfera.

In questo mondo viscoso, la società in cui viviamo ha costruito le proprie fondamenta sul lavoro di rimozione verso un esterno. Tale pratica di rimozione viene applicata sia da un punto di vista materiale sia relazionale. La quasi totalità dei meccanismi produttivi del sistema capitalistico produce scarti o rifiuti, che vengono illusoriamente smaltiti in un altrove, sempre al di fuori dei luoghi dove tale sistema si riproduce, quindi al di fuori delle città, delle comunità, delle zone turistiche. Il punto è che sempre più spesso si sta scoprendo che non esiste l’altrove nei termini in cui l’altrove è quel luogo fuori dal nostro sguardo, quello stesso altrove in cui per esempio ci illudiamo di smaltire scorie e materiali radioattivi che sempre e comunque disperderanno radiazioni, le quali sempre e comunque arriveranno a noi, attraverseranno i nostri corpi. L’ecologia, per Morton, ci parla di qualcosa di molto diverso, di un mondo ontologicamente piatto, privo di qualsiasi tubo di scarico, un mondo in cui non c’è nessun altrove.

Verso la metà del XIX Sir Edwin Chadwick, politico e riformatore britannico, pensò una nuova forma di città, dove l'acqua circolasse incessantemente attraverso le strade, senza interruzioni, per lavarla dai rifiuti e dalle impurità. Questa idea igienista di città, dove costantemente le merci immesse vengono consumate e poi smaltite in maniera ciclica e apparentemente ‘naturale’, trova ampio spazio nelle teorie tecnicistiche del metabolismo urbano, dove vengono calcolati gli input e gli output complessivi della città, al fine di comprenderne le dinamiche. Cercando casualmente, su un qualsiasi motore di ricerca, come viene schematizzato tale metabolismo urbano, si vedono fra un sole e un campo, che donano gratuitamente le loro risorse, i rifiuti che vengono felicemente indicati con una freccia verso un esterno indefinito. Questa visione astratta del mondo tiene raramente conto di ciò che in tale processo rimane incastrato.

Nell'Oceano Pacifico è stata scoperta una piccola colonia di pinguini su un'isola fatta di spazzatura e plastica. Questi pinguini, che normalmente vivono di fronte alle coste dell'Argentina, probabilmente stavano cercando un luogo per nidificare, trovando però solo accumuli di spazzatura e plastica galleggiante. Charles Moore, capitano e oceanografo americano, fu il primo a incontrare un’isola di plastica, al ritorno da una regata nel 1997, così larga che gli ci vollero sette giorni per attraversarla. Quello che trovò ha poi mobilitato la comunità scientifica; il Great Pacific Garbage Patch, o Pacific Trash Vortex, situato tra il Giappone e le Hawaii, è l’accumulo più grande di tutti i mari, oltre che uno dei più grandi simboli della crisi ambientale.

L'accumulo si è formato a partire dagli anni 80, per l’azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico, dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario. Il centro di tale vortice è una regione relativamente stazionaria dell'Oceano Pacifico. Uno studio pubblicato su Nature Communications analizza come proprio nel Great Pacific Garbage Patch, si stiano creando habitat semi-permanenti, colonizzati velocemente da comunità di nuove specie1.


Souvenir dal collasso


Esiste un account twitter che raccoglie foto di pezzi di Lego ritrovati sulle spiagge di tutto il mondo. Lego Lost At Sea2 raccoglie queste immagini di collezionisti che pagano discrete somme per avere questi pezzi rari, che hanno acquisito un determinato valore in quanto appartenenti a spedizioni cargo andate disperse. La newsletter Medusa3, riporta in una sua puntata la sagoma del polpo, un pezzo particolarmente raro, proveniente da una spedizione del cargo Tokyo Express colata a picco il 13 febbraio 1997.

Questi souvenir dal collasso ambientale, insieme alle nuove formazioni geografiche delle isole di plastica, rappresentano come poche altre cose l’impossibilità di uscire dalla viscosità del mondo, che ci avvolge sempre più nei nostri stessi scarti. Come sostiene lo storico ambientale Marco Armiero, ci troviamo a vivere in una nuova epoca, il wastocene (Armiero 2021), l’era degli scarti, considerati sia materiali che relazioni, dove tutti noi siamo immersi.

Ecco che le rappresentazioni del mondo che fino ad oggi abbiamo utilizzato, per osservarlo e comprenderlo, non sono più sufficienti a descrivere i fenomeni in atto, lo stesso pensiero ambientalista della salvaguardia della natura collassa sotto la complessità dei problemi contemporanei.

Necessitiamo oggi più che mai di un cambio radicale di prospettiva, verso una visione decolonizzata dell'ecologia, liberata dal dominio egemonico della prospettiva antropocentrica, per riformulare nuovi immaginari. Tuttavia, non solo il nostro immaginario deve cambiare, ma anche le nostre pratiche. Il rapporto che la nostra società costruisce con gli oggetti necessita di un profondo cambiamento. Di questo parleremo nel prossimo articolo.








Note

1. https://www.nature.com/articles/s41467-021-27188-6

2. https://twitter.com/legolostatsea

3. https://not.neroeditions.com/medusa-newsletter/





Bibliografia

-Armiero, M. (2021). L’era degli scarti. Cronache dal Wastocene, la discarica globale, Einaudi,

Torino

-Marinelli, S. (2020). Ibridi alla fine del mondo, in Melis A. (a cura di) ZombieCity, D Editore,

Roma

-Morton, T. (2007). Ecology Without Nature. Rethinking Envi- ronmental Aesthetics, Harvard

University Press, Cambridge (MA).

-Morton, T. (2018). Iperoggetti, Nero Not, Roma





Copyright

Cover Image: "Acceleration", by Feifei Zhou with Amy Lien and Enzo Camacho @Feral Atlas

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