• Koinè Journal

Fratelli d'Italia, come mai prima.

Updated: Sep 29


di Andrea Pipponzi.


«Buone nuove» dallo Stivale? Proprio no. Di sicuro non «buone», e dopotutto neanche così «nuove», visti i risultati della tornata elettorale del 25 settembre. Sì, perché le urne hanno lasciato spazio a poche, pochissime sorprese, confermando un risultato – quantomeno quello di Fratelli d’Italia quale primo partito italiano – ampliamente declamato sin dal 21 luglio. Il Governo Draghi cade; la Meloni vince. Un assioma quantomai prevedibile come questa volta. Non tutti i partiti sono però usciti indenni da queste elezioni: si pensi in primis al Partito Democratico e alla Lega. Hanno invece sorpreso, rispetto alle aspettative post-sondaggi, altri: su tutti, menzione d’onore ai ‘nespoliani’ grillini. Siamo all’inizio di una nuova legislatura. Quale futuro spetta alla politica italiana? Quale, ancor di più, agli italiani? S.O.S. affluenza Di tutte le percentuali lette nelle ultime 48 ore, quella dell’affluenza è la più drammatica. Nel 2018 – anno delle precedenti politiche –, gli italiani presentatisi alle urne rappresentavano il 72,94% degli aventi diritto al voto. Quattro anni dopo? 63,91. 9 punti percentuali in meno – l’equivalente di circa 4 milioni e mezzo di cittadini –, che non credo rappresentino la vittoria del tanto famigerato ‘partito del non voto’, bensì evidenzino la totale disaffezione della cittadinanza alla politica. Un tracollo numerico non riducibile alla semplice mancanza di una rappresentanza ideologico-politica tra le candidature – aspetto che, tra le altre cose, puzza più di disinteresse che di reale motivazione –, ancor più se contestualizzato in un momento storico in cui i partiti tradizionali cadono sotto i colpi delle ‘novità’, capaci, queste ultime, di attrarre a sé un rilevante gruzzolo di voti. Movimento 5 Stelle, do you remember? Sino al 2013, quando al voto andarono il 75,2% degli elettori, l'affluenza era sempre stata sopra l'80%. È quindi record negativo per l’Italia, per la prima volta sotto il 70% dal 1948. Il 1979, ultima volta in cui l'affluenza aveva superato il 90%, appare un lontano, lontanissimo miraggio. O forse neanche più quello: solo utopia. 1666 giorni dopo. L’Italia cambia volto Era dal 2008 che non usciva dalle urne una maggioranza politica chiara e ben definita come questa volta. Il risultato di Fratelli d’Italia è sicuramente quello che più balza all’occhio, che si erge così a traino del Centrodestra e della maggioranza dei seggi in Parlamento, ma soprattutto a principale forza di governo, con la Meloni che a meno di sorprese dovrebbe diventare la prima presidente del Consiglio donna. I numeri questa volta parlano chiaro, rendendo inutili molte superfetazioni, molti ragionamenti ed analisi a cui ci aveva invece abituato il 2018, con gli 89 giorni di gestazione del Governo giallo-verde. Mettendo a confronto i risultati del 2022 con quelli del 2018 e quelli delle europee del 2019, vediamo in dettaglio l’andamento dei partiti.

Rispetto alle elezioni politiche del 2018, il risultato di Fratelli d’Italia è impressionante. Quattro anni e mezzo fa il partito aveva il 4,3% alla Camera e il 4,3% al Senato. Alle elezioni europee del 2019, seppur in lieve aumento, il consenso popolare arrivava solo al 6,5%. 26% nel 2022. In voti reali? Circa 7 milioni di italiani hanno apposto la propria croce sul simbolo di FdI. La formazione guidata da Giorgia Meloni è il primo partito italiano al Nord e al Centro – al Sud è subito sotto il Movimento 5 Stelle –, capace di conquistare un elettorato che, da solo, ha racimolato più voti dell’alleanza di Centrosinistra in toto, ferma al 25,9%. Il partito ha addirittura doppiato la Lega in Lombardia e in Veneto, dove il Carroccio ha avuto genesi, divenendo di diritto il gruppo egemone della coalizione di centrodestra (44%). «Oppositio iuvat», mi verrebbe da dire. Dopotutto, dal 1994 ad oggi, una ‘legge divina’ sembra davvero esserci nella politica italiana. Questa tornata elettorale conferma l’esistenza di uno stretto rapporto, quasi metronomico, tra i partiti d’opposizione e la crescita di consenso elettorale. Ed ancora, a vincere è un partito in perenne opposizione nell’arco di questa legislatura. Il risultato? Un gigantesco 26%, dal 4,3% del 2018.

E insieme a Giorgia, ‘gioisce’ anche Forza Italia, che con l’8% ottiene un risultato leggermente sopra gli ultimi sondaggi. Peccato però – lo dico con le mani nei capelli, ma con piena consapevolezza – non gli sia riuscito lo ‘scacco matto’ a Matteo Salvini. «Voglio più voti della Lega. Con Matteo ho nutrito un'amicizia fruttuosa. Ha bisogno di essere un po' inquadrato, […] per cui cercherò di fare il regista del Governo», ha dichiarato colloquialmente il Cavaliere. Cosa tenterà di fare ora? Facile dirlo: il «pastore del gregge» di questa coalizione, il pacificatore dei toni di cui la Destra – tanto più su scenari internazionali, come suggerisce Tajani – ha davvero bisogno, riportando nei ranghi moderati le pulsioni sovraniste dei compari di coalizione. Sempre con le mani nei capelli e disarmante tristezza, diciamocelo… «Menomale che Silvio c’è!»

Il partito dei ‘nespoliani’

I sondaggi li davano per morti. Una larva (mai) divenuta farfalla, schiacciata da promesse disattese e dalla smania di governo. Condiamo poi il tutto con il rifiuto di accettare, all’arrivo di Draghi, d’aver perso l’opportunità di governare sino a fine legislatura campando di un 32% post-2018 oramai svanito, ed ecco il Movimento 5 Stelle alle elezioni. Consensi, dunque, più che dimezzati, eppure i grillini sorprendono, con un 15,4% alla Camera e 15,55% al Senato, raccogliendo circa un 5% in più rispetto ai sondaggi dello scorso luglio, quando s’innescò la crisi del Governo Draghi. Una mossa, quella dei pentastellati, che potrebbe aver dato linfa vitale al Movimento, e che senza dubbio riconosce a Giuseppe Conte una leadership guadagnata col coraggio delle proprie scelte. Il nuovo Movimento c’è, confermando di essere, dopotutto, il vero Terzo Polo del panorama politico italiano. Incassa e riparte dopo la scissione con Luigi Di Maio, volto grillino della primissima ora. Lui scende sotto l’1% con il neonato Impegno Civico, scomparendo di fatto dalle aule del Parlamento, e Giuseppe Conte esulta. La metamorfosi del Movimento può finalmente prendere il via. Fermarsi, riflettere, ripartire 9%. Un vero e proprio tracollo, non previsto dagli ultimi sondaggi. Rispetto al 2018 i voti della Lega sono dimezzati: quattro anni e mezzo fa, infatti, il partito otteneva circa il 17,5% dei consensi tra Camera e Senato. Se poi si paragona il risultato con quello delle europee del 2019, il tonfo è ancora più evidente: allora il Carroccio era al 34,26%. È giunto il momento di riunirsi e riflettere, e forse avere il coraggio di cambiare, perché la leadership del Capitano è giunta al termine. E questa volta i numeri non mentono. Oltre ad una percentuale già di per sé disastrosa, è stato perso il ruolo guida nella coalizione. Coalizione che, però, potrebbe restare per Matteo Salvini l’ultimo appiglio per mantenersi alla testa del Carroccio. Fratelli d’Italia spinge indubbiamente molto più a destra di Forza Italia. Questo modo di far politica richiede a sua volta, in primis da parte di Giorgia Meloni, la compresenza di un leader sovranista che la sostenga, uno di ‘Destra vera’, evitando così che la coalizione finisca per sbilanciarsi verso un’ala fin troppo moderata. E quale sia il «troppo moderato» per FdI è ancora zona d’ombra. Salvini? Resterebbe l’ultima difesa. La Lega crolla, doppiata perfino dal M5s, ma si lecca le ferite con la consapevolezza di poter sedere sugli scranni della maggioranza parlamentare. Nerissime, invece, le acque in cui naviga il Centrosinistra, con un Partito Democratico che ottiene solo il 19% dei consensi, raggiungendo il minimo storico. Guardando ai voti reali – mettendo in rapporto, cioè, il risultato elettorale con la percentuale d’affluenza –, queste elezioni rappresentano il punto più basso della storia Dem. Nel 2018, infatti, il PD ottenne oltre 6 milioni di voti, mentre oggi è a 5 milioni: mai così male dalla nascita nel 2008. Se il Carroccio deve riflettere, il PD ha già chiuso col passato, già rivolto al congresso date le dichiarazioni di Letta, che preso atto della sconfitta ha deciso di non ricandidarsi alla segreteria (senza però fare un minimo di autocritica, e dando la colpa dell'ecatombe al «fuoco amico»). Una campagna elettorale portata avanti a colpi di «o noi o il disastro», chi si è rivelata… disastrosa (ma pensa). Più di ogni altra cosa, nel programma è mancata la voce «economia», in un presente difficile, e in un vicinissimo futuro drammatico per il popolo italiano. Una campagna elettorale che è sembrata essere più uno scontro di civiltà, dal quale il Centrosinistra è uscito gravemente ferito. La Destra sovranista, che doveva essere fermata, non si è neanche dovuta impegnare per vincere. Più che un programma strutturato, sarebbe stato utile che il PD avesse fatto cose da PD negli ultimi dieci anni di Governo. Prospettive È evidente come la prima sfida per il prossimo Governo a guida FdI sia l'economia, e la scelta dei ministri chiave – economia, interno, difesa, esteri – appare ancora più sensibile in questa fase. Guido Crosetto, tra i fondatori di FdI, ha già inquadrato il primo problema: «Sono cofondatore di questo partito e da tecnico ricordo che la legge di bilancio va mandata a Bruxelles il 16 ottobre. Quindi il nuovo governo avrebbe un giorno per farla. Per questo motivo credo che dovremmo lavorare a una interlocuzione tra il vecchio governo e i nuovi eletti, lavorare a quattro mani». Sarà necessario spendere quello che serve – e non sarà poco – per allentare le conseguenze della morsa dell'inflazione, ma evitando di farlo in deficit, se non vogliono mettere in allarme Bruxelles e gli investitori.

I nostri rapporti con l’UE saranno centrali, ma ancora molto tenebrosa è soprattutto la linea di FdI. Posizioni chiare all’opposizione, ammorbidite però durante la campagna elettorale. Un cambio di rotta verso un’area moderata, dovuta camaleonticamente alla consapevolezza di arrivare al Governo. Ed intanto la stampa estera tuona, sottolineando la matrice post-fascista e sovranista del nostro futuro esecutivo. Durissima la CNN, che apre con un perentorio «presidente del Consiglio più a destra dall’epoca di Mussolini». El Pais sottolinea ancor di più la matrice estremista, titolando: «L’estrema destra italiana vince le elezioni per la prima volta». Aveva già destato preoccupazione il voto contrario di Lega e FdI alla condanna dell’Ungheria quale Stato «non democratico». Ora, ciò che traspare è il timore per un’Italia che possa allentare le maglie con l’Europa, spostandosi verso un’asse nazionalista di ridotta collaborazione. Nota a margine… ma non troppo Onore al vincitore, tanto più perché espressione della più nobile delle esperienze democratiche, quale è il voto. I drammatici dati d’affluenza alle urne temo possano spingere il gioco delle parti – e delle fanatiche orde dei sostenitori di partito – a sminuire il clamoroso risultato ottenuto dal Centrodestra. Questa è democrazia, e la democrazia, seppur nei suoi due terzi, ha parlato. Il successo di Giorgia Meloni non è ‘meno successo’ di uno raggiunto col 90% d’affluenza. Questo non mi esime però dal mettere in evidenza alcune criticità, che accomunano tanto il Centrodestra, quanto il Centrosinistra. Il 25 settembre, a perdere è stato l’anti-populismo, la ‘politica del realizzabile’, poiché hanno vinto le promesse impossibili e la ‘politica del contro’. Il 70% dei consensi è andato a partiti populisti, di cui molti con programmi inattuabili, a scanso di una pietra tombale sulla vita degli italiani. È il caso del Centrodestra, i cui progetti per l’Italia creerebbero un deficit del 6% ed un debito pubblico al 155% nel 2027.


Una politica che, tappandosi gli occhi sul valore dei costi-benefici, sull’analisi di cosa si possa o non si possa fare, ha affossato l’Italia negli ultimi trent’anni. E questo meccanismo non ha ‘risparmiato’ neppure queste elezioni. L’elettore è sovrano, ma complice della mancanza di una cultura politico-elettorale seria, critica e razionale. Da dieci anni la rivolta all’establishment affossa i partiti tradizionali. Lo si è visto in Italia con il Movimento, lo si è visto all’estero con Trump e la Brexit. Un fenomeno per lo più legato ad un mondo che guarda molto più a Destra che a Sinistra, e che ancora una volta ha trovato spazio d’espressione in Italia. Era dal 2008 che una maggioranza politica non usciva in modo evidente dalle urne. Ora è successo, e il sentimento di protesta del popolo italiano ha fatto decollare Fratelli d’Italia. Al contrasto all’establishment, si è poi unito il «voto utile» della Destra italiana (quello vero, beninteso, non quella baggianata di Letta), con parte dei moderati che hanno visto nella Meloni l’unica occasione di riportare la Destra a Palazzo Chigi in una posizione dominante, spostando di conseguenza – non so quanto a ragione – il proprio voto verso l’area più estremista della coalizione. Un successo reale quello di FdI, senza dubbio, non scevro però della pazza rotazione dei leader politici italiani, dove a vincere è il volto della novità, solitamente ‘epigono’ dell’opposizione. Ma la macchina infernale non perdona. Renzi prima, 5s poi, Salvini ora.

Buona fortuna Giorgia! Buona fortuna a tutti noi, fratelli d’Italia!




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